Nel 2023, in Florida, la 35enne Ajike "AJ" Owens, madre afroamericana di quattro figli, viene uccisa da un colpo di pistola sparato dalla sua vicina, Susan Lorincz, donna bianca di 58 anni. È lo sconcertante epilogo di un conflitto "di vicinato" che Geeta Gandbhir racconta in The Perfect Neighbor – passato al Sundance 2025, disponibile su Netflix – ora in lizza per l’Oscar 2026 nella categoria dei documentari.

È un’operazione che – proprio come il fatto di cronaca su cui è incentrata – scuote nel profondo, anche e soprattutto per la scelta radicale compiuta dalla regista, che affida il racconto quasi integralmente alle bodycam dei poliziotti intervenuti sulla scena, già dalle prime segnalazioni che arrivavano da quel quartiere.

La storia (che di fatto prende le mosse nel gennaio 2021, con gli agenti della contea di Marion che rispondono alla prima di sei chiamate relative agli attriti tra la Lorincz e la famiglia della Owens, con i figlioletti di quest’ultima “rei” di giocare in un’area erbosa adiacente all'appartamento della prima, spazio che Lorincz avrebbe rivendicato come suo) viene così praticamente ricostruita dal suo “inizio” e si disvela attraverso l’atto di un’osservazione che smette di essere gesto poetico per farsi evidenza clinica, quasi autoptica. Il film ricostruisce così una tragedia dell’ordinario, un cortocircuito di violenza esploso dietro le staccionate bianche della suburbia americana.

Ma a differenza dei true crime patinati a cui ci ha abituato la serialità streaming, il lavoro di Gandbhir si concentra sul montaggio e sullo “scavo” d’archivio: la bodycam non è una macchina da presa, è un dispositivo di sorveglianza, un occhio grandangolare, distorto, posizionato all’altezza del petto, che registra la realtà con una frequenza di fotogrammi che nega la fluidità cinematografica a favore dell’urgenza.

La regista sfrutta questa estetica del sussulto: il respiro affannato degli agenti diventa la colonna sonora portante, il fruscio delle divise, il gracchiare metallico delle radio sostituiscono lo score orchestrale, creando una tensione prossemica che annulla la distanza tra spettatore e tragico. Non siamo più osservatori protetti dalla quarta parete: siamo “indossatori” di una prospettiva istituzionale che si scontra con l’imprevedibilità del fattore umano.

The Perfect Neighbor. Cr. Courtesy of Netflix
The Perfect Neighbor. Cr. Courtesy of Netflix
The Perfect Neighbor. Cr. Courtesy of Netflix

È attraverso questa scelta che Geeta Gandbhir si fa in un certo senso invisibile: la regia non è nell’inquadratura, ma nel ritmo della sottrazione. Si assemblano frammenti di verità parziali – la visione dell’agente X, quella dell’agente Y, le riprese del cruscotto delle pattuglie – per comporre un mosaico che non è mai pienamente risolto.

La scelta del "punto di vista unico" (quello delle forze dell'ordine) crea un effetto di alienazione potente: vediamo la vicina perfetta attraverso il filtro del sospetto prima e del conflitto poi. La distorsione ottica del fish-eye, tipica di questi dispositivi, diventa metafora della distorsione morale che avvolge la vicenda. La realtà è lì, nuda, colpita dalle torce elettriche che tagliano il buio, ma la verità sembra sfuggire proprio perché troppo vicina, troppo frammentata.

The Perfect Neighbor ci interroga sulla pornografia del dolore e sul peso della testimonianza: se il cinema è per antonomasia “scelta di campo”, cosa succede quando il campo è limitato da un obiettivo fissato a una divisa? Gandbhir trasforma quello che potrebbe essere un mero esercizio di found footage in una riflessione filosofica sull’ontologia dell’immagine. La tecnologia, per quanto onnipresente e infallibile nel registrare il dato fisico, resta impotente di fronte all'abisso della psiche umana.

E non c’è spazio per la catarsi: la risoluzione del caso, filtrata attraverso la freddezza burocratica delle procedure di arresto (con annessa riflessione sullo “Stand Your Ground” che “regola” la legittima difesa in Florida, oltre al razzismo strisciante), lascia addosso una sensazione di straniamento difficile da superare.