The Devil’s Star era uno dei romanzi di Jo Nesbø più adatti alla serializzazione proprio perché ha una costruzione a doppia elica: l’indagine su una serie di omicidi rituali e quella interna alla polizia per un presunto caso di corruzione. A questo doppio binario il romanzo e la serie Netflix “tratta da” ne aggiungono un terzo: la lotta del Marlowe norvegese contro i suoi stessi demoni interiori.

Quello che invece non ritroviamo in Detective Hole rispetto all’universo narrativo di Nesbø è proprio l’atmosfera del Nord Europa, quel misto di asettici interni e gelido malessere che pervade la saga letteraria, figliando mostri dalla faccia tranquilla. Nell’adattamento televisivo non sentiamo nemmeno l’aria viziata dei mozziconi né la puzza di alcol.

Tobias Santelmann as Harry Hole in Harry Hole Cr. Courtesy of Netflix © 2024
Tobias Santelmann as Harry Hole in Harry Hole Cr. Courtesy of Netflix © 2024
Harry Hole. (L to R) Tobias Santelmann as Harry Hole in Harry Hole Cr. Courtesy of Netflix © 2024 (Courtesy of Netflix)

Firmata da Øystein Karlsen e Anna Zackrisson, la serie vanta comunque Jo Nesbø tra gli showrunner, e questo le garantisce una certa compattezza e coerenza, lontane dalla precedente trasposizione, The Snowman, che come lo stesso Tomas Alfredson aveva lamentato arrivò in sala con parti di sceneggiatura non girate.

La serializzazione consente invece a questo nuovo adattamento, che nella cronologia dei romanzi dedicati a Harry Hole verrebbe prima, di sviluppare con maggiore tranquillità l’intreccio e la tipologia dei personaggi, più che la loro psicologia. E di introdurre una premessa, l’uccisione della collega, che nell’universo letterario avveniva nel romanzo precedente ma che qui serve a spiegare il riacutizzarsi del trauma e la ricaduta nel vizio di Hole.

Il problema è che la versione tv finisce per codificare tutto ciò che accade, tradendo le atmosfere del romanzo e il fascino sporco del protagonista. Tobias Santelmann ha un volto troppo pulito per restituire la complessità del personaggio, mentre il suo doppio speculare Waaler trova almeno in Joel Kinnaman un interprete dotato di fascino ambiguo.

Joel Kinnaman as Tom Waaler in Harry Hole Cr. Courtesy of Netflix © 2024
Joel Kinnaman as Tom Waaler in Harry Hole Cr. Courtesy of Netflix © 2024
Harry Hole. (L to R) Joel Kinnaman as Tom Waaler in Harry Hole Cr. Courtesy of Netflix © 2024 (Courtesy of Netflix)

Manca anche il Nord Europa perché, pur essendo ambientata in estate, la fotografia sovraesposta uniforma gli ambienti fino a bruciarli. L’effetto è quello di un progressivo appiattimento estetico. Di nordico restano un certo gusto per l’efferatezza e la violenza, qui oltre gli standard dello streamer, e una musica ruvida ed efficace firmata da Nick Cave e Warren Ellis.

Il resto è variazione sul tema. C’è il detective con le sue ossessioni, il sistema corrotto contro cui combattere e una possibile apertura affettiva nella relazione, in crescita, tra Harry e il figlio della compagna. L’indagine sul serial killer resta invece un diversivo narrativo rispetto al confronto centrale con Waaler.

Ingrid Bolso Berdal as Ellen Gjelten in Harry Hole Cr. Courtesy of Netflix © 2024
Ingrid Bolso Berdal as Ellen Gjelten in Harry Hole Cr. Courtesy of Netflix © 2024
Harry Hole. (L to R) Ingrid Bolso Berdal as Ellen Gjelten in Harry Hole Cr. Courtesy of Netflix © 2024 (Courtesy of Netflix)

Nonostante sia stata girata in 80 location diverse di Oslo, la città manca di personalità, limitandosi a fare da sfondo agli eventi.

Il risultato è una serie che, anche per questa sua struttura riconoscibile, scorre veloce e intrattiene lo spettatore in cerca di crime da consumare nei ritagli di tempo. Si può leggere come una sorta di Criminal Minds in versione nordica, più cupa e più sporca, ma non più originale.

Detective Hole conferma la vitalità del noir seriale contemporaneo, ma anche la sua difficoltà a uscire da un canone ormai stabilizzato. Funziona, coinvolge, tiene lo spettatore dentro il racconto. Ma da qui a risultare davvero sorprendente, ne passa.