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Peaky Blinders: The Immortal Man. Cillian Murphy as Tommy in Peaky Blinders: The Immortal Man. Cr. Robert Viglasky/Netflix © 2026.
“E eccoci qui”, dice sorridendo Steven Knight.
Il creatore di Peaky Blinders, mente brillante dietro alcune delle storie più iconiche della tv contemporanea, lo aveva promesso: la saga dei fratelli Shelby si sarebbe conclusa con la Seconda Guerra Mondiale. E sarebbe diventata un film.
Peaky Blinders: The Immortal Man , disponibile su Netflix, è l’epilogo di sei stagioni che hanno consacrato non solo un personaggio, ma anche il suo interprete: Cillian Murphy. Non è un ritorno. È una conclusione pensata, costruita, inevitabile. Al centro, ancora una volta, c’è Tommy Shelby.
Un uomo che porta addosso il peso del tempo, che non trova pace, che dialoga con i morti e sente l’urgenza di cambiare il proprio destino. Per farlo dovrà scendere a patti con i suoi demoni e provare a riscrivere la sua storia, per sé e per suo figlio. Solo così, forse, potrà capire di aver fatto la scelta giusta.


Dopo aver dettato persino la moda hairstyle maschile, basta entrare in un barbershop londinese per trovare il volto dei Shelby ovunque. Murphy porta Tommy in una dimensione più adulta, più riflessiva, più grigia. Proprio come i suoi capelli. Tommy è invecchiato. E con lui il mondo che ha costruito. È tempo di cambiare, di lasciare andare, forse di lasciare il testimone. Non è un revival, ma una resa dei conti. Prima di tutto con sé stesso, poi con ciò che ha creato e che ora torna a cercarlo, pronto a distruggerlo. E poi c’è la famiglia, da sempre croce e delizia. Murphy lo dice chiaramente: il film doveva “giustificare la sua esistenza”. Non bastava chiudere, bisognava avere qualcosa da dire. E quel qualcosa è semplice e potentissimo: “Ora diventa una storia padre-figlio”. Nel contesto della guerra, però, la domanda si fa più grande: Tommy Shelby non è più solo un uomo di potere, ma un uomo costretto a chiedersi in cosa crede davvero.


La guerra, in fondo, è sempre stata lì. La serie si apriva con i traumi della Prima Guerra Mondiale e si chiude con la Seconda: un cerchio che si stringe. Per Steven Knight non è solo una scelta narrativa, ma personale. L’apertura del film, un bombardamento, si ispira a un evento reale del 1940: l’attacco alla fabbrica BSA di Birmingham. “Mia madre lavorava lì. Non era presente quella notte, ma altri sì. E sono morti”. La morte diventa così linguaggio, destino, ingiustizia.
Perché in guerra si può morire senza motivo. E per chi la guerra l’ha sempre portata dentro, come Tommy, si muore un po’ ogni giorno.


Ma una possibilità di salvezza esiste. E ha un nome: Duke. Figlio, erede, riflesso. Un ragazzo che emula il padre senza averlo mai davvero avuto. Che sente nelle vene il sangue dei Peaky Blinders e prova a onorarne il nome, sbagliando, come ogni figlio ribelle. Questo personaggio non è solo un’eredità narrativa, ma anche emotiva. Barry Keoghan costruisce il personaggio su una dimensione personale, intima: “Per me tutto parte dall’assenza. Dalla mancanza del padre”. La violenza, l’energia, l’imprevedibilità non sono che reazioni. “È come un cucciolo che cerca suo padre”.
E quando quel padre finalmente c’è, tutto cambia. Duke smette di imitare e inizia a confrontarsi.


È qui che il film trova una delle sue tensioni più profonde: non l’eredità del potere, ma quella dell’identità. La risposta di Tommy a quella domanda “In cosa credo davvero? È negli occhi di suo figlio, identici ai suoi.
Accanto a loro, Rebecca Ferguson introduce una presenza magica, quasi mitologica. Un personaggio che arriva da fuori e altera gli equilibri. “È un ostacolo. Ed è questo che lo rende interessante”. Gipsy, enigmatica, a tratti esoterica, è una figura che osserva e comprende, capace di vedere oltre. Sa che ogni scelta ha un prezzo e che non sempre il finale è quello che si desidera.
The Immortal Man non è un epilogo decorativo, ma un confronto con il tempo, con la guerra, con ciò che siamo diventati. È una storia che parla delle scelte che ci definiscono, dei demoni che ci abitano, delle battaglie che combattiamo ogni giorno. Per la prima volta, Tommy Shelby sceglie davvero chi essere. E proprio in questo, forse, trova finalmente la libertà.

