Se The Only Living Boy in New York di Simon & Garfunkel diceva di non avere “altro da fare che sorridere” ma in realtà diceva il contrario (la canzone fu scritta da un frustrato Paul Simon mentre Art Garfunkel era impegnato come attore), The Only Living Pickpocket in New York non fa nemmeno lo sforzo di fingere di sorridere. Tuttavia, il film di cui è protagonista – Special Gala a Berlino 76 dopo il debutto al Sundance – gli assomiglia completamente: ha il passo elegante di un maturo signore, la tristezza dei suoi occhi che forse un tempo sono stati vispi, il colore grigio del cappotto sempre indossato come a ricordarci l’umore, lo spaesamento in un’epoca che non gli appartiene.

E gli assomiglia anche perché l’unico borseggiatore vivente di New York è un sessantenne che ruba cellulari ma non ne possiede uno, chiede ai passanti le indicazioni stradali, osserva con sconcerto i giovani sfaccendati e continua a sfilare orologi con una delicatezza da vero professionista. Gli assomiglia, appunto, perché la nostalgia non è un paese straniero: non lo è per il magnifico John Turturro, un maestro dell’understatement, che nell’interpretare The Only Living Pickpocket in New York sembra non fare altro che farsi riprendere nel suo elemento, come se stesse camminando per strada nell’esercizio delle sue funzioni, piombato da un malinconico noir urbano della New Hollywood – qualcosa con Robert Mitchum, magari nei paraggi di Gli amici di Eddie Coyle – in una città smagnetizzata, più spenta che incupita, in cui anche i nuovi delinquenti non hanno più quella mitizzata etica del crimine.

Giunto al crepuscolo ma ancora bisognoso di soldi per pagare le cure della moglie catatonica, il nostro borseggiatore non perde colpi ma deve fare i conti con portafogli ormai senza contanti, carte che si possono bloccare immediatamente e orologi farlocchi. Lavora per un amico responsabile di un banco dei pegni (Steve Buscemi, a strizzare l’occhio ai nostalgici dei Coen), ha un rapporto non disdicevole con il detective locale (Giancarlo Esposito), sa di dover affrontare un problema con la figlia perduta (Tatiana Maslany, pazzesca in una scena “one shot, one kill”).

Tutto cambia quando, durante una delle sue perquisizioni notturne, ruba inconsapevolmente una preziosa chiavetta USB a un ricco ragazzo festaiolo, erede di una spietata famiglia criminale (Will Price, figlio della boss Jamie Lee Curtis in un ficcante cameo non accreditato nei titoli). Per recuperare la chiavetta, il protagonista deve esplorare tutti i quartieri di New York City, dal banco dei pegni del Bronx a Manhattan, Brooklyn, Queens fino a Staten Island.

Scritto e diretto da Noah Segan, The Only Living Pickpocket in New York lascia fuori campo la violenza, elude il sangue, evita le armi, sottrae la morte allo schermo. È una scelta di campo per il regista, che si accorda perfettamente allo spirito di Turturro, molto credibile nel ruolo di un ladro galantuomo, un criminale gentile che ruba per vocazione e necessità e sembra soprattutto desiderare una vita tranquilla, quattro chiacchiere al bar, del tempo da passare con la moglie che non può parlare. Ed è un ritratto che inquadra una città e la sua crisi, economica e sentimentale, grazie alla fotografia di Sam Levy (una garanzia per intercettare l’umore, essendo stato dop per la coppia reale dell’indie newyorkese, Noah Baumbach e Greta Gerwig, ma anche per teste coronate come Kelly Reichardt, Rebecca Miller, Lena Dunham) e alle scelte musicali (la colonna sonora è di Gary Lionelli ma citiamo, nel repertorio, la tematica New York, I Love You but You’re Bringing Me Down dei LCD Soundsystem). Con un finale prevedibile ma coerente e preciso. Film piccolo, che non urla né strepita, con Rian Johnson tra i produttori esecutivi.