Ancora una volta Tizza Covi e Rainer Frimmel ci ricordano che il cinema vive nel reale, che la vita è più vera della finzione, che spesso – forse sempre – classificare certi film come documentari è solo una pigrizia per non uscire da schematismi comodi e consolidati. Dopo lo splendido Vera sulle avventure dell’irresistibile Gemma, i due registi approdano in Concorso a Berlino 76 avvicinandosi a The Loneliest Man in Town, “l’uomo più solo in città” ovvero Al Cook, al secolo Alois Cooke, un ottantenne di Vienna segnato per sempre dalla visione giovanile di Amami teneramente con Elvis, affermatosi prima nel periodo rockabilly e infine votato al country blues.

Covi e Frimmel entrano nella sua casa, un tempio in gloria del passato (“è tutta la mia vita”, confessa) pieno di cimeli dell’idolo Elvis, vinili americani, videocassette, libri, eccentricità decorative (un copridivano leopardato, statue di leopardi, un abat-jour liberty, un albero di Natale con le candele, souvenir di dubbio gusto), un altarino dedicato alla moglie Silvia. Aloise o Al è anziano, sopravvive aggrappandosi alla nostalgia, suona ancora per qualche sporadico affezionato in locali decadenti. Più che un pedinamento o un meccanismo voyeuristico, Covi e Frimmel ne fanno un ritratto affettuoso, inquadrando i rituali quotidiani per scrutare il crepuscolo non solo di un uomo ma di un secolo che persiste negli oggetti e nei ricordi, di una generazione europea che si è appassionata ai sogni americani senza mai prendere un aereo diretto nella terra promessa e anche di una città che sparisce piano piano, sotterrata dal capitalismo e obliata dal turismo di massa.

Al Cook in The Loneliest Man in Town
Al Cook in The Loneliest Man in Town

Al Cook in The Loneliest Man in Town

(Vento Film)

Quando una spietata società immobiliare decide di demolire il vecchio palazzo in cui è collocata la sua casa, Al cerca di resistere come può: ma cosa può fare un fiero ma acciaccato bluesman di fronte al terrorismo del capitale, prima con l’interruzione dei servizi e poi con l’irruzione in casa di un “esperto” disposto a tutto per farlo fuori? The Loneliest Man in Towè una trenodia che cerca un colpo di coda, un canto funebre che prova ad annunciare un nuovo inizio: se Vienna, la città in cui è cresciuto e ha imparato ad amare, non lo vuole più, allora tanto vale lasciare tutto e godersi il tramonto nel luogo sempre sognato. Per farlo, però, Al deve rinunciare a tutti i suoi tesori.

Inquadrando uno dei temi fondamentali del vecchio continente diventato ormai un continente vecchio, Covi e Frimmel non ammiccano al consumismo della nostalgia così come è stata semplificata e forse mortificata in una società che usa il termine “vintage” per paura di scoprirsi feticista di anticaglie e modernariato. Al contrario, fanno qualcosa di rivoluzionario: chi ha vissuto tanto e accumulato molto può liberarsi delle cose, perché la memoria è tutto ciò che abbiamo e i ricordi non sempre hanno bisogno di referenze oggettive.

A dare consistenza e valore alla riflessione è proprio Cook, che nel suo essere fuori moda, fuori tempo e fuori sincrono è una commovente testimonianza di autenticità. Con intelligenza e generosità, il bluesman si presta all’operazione interpretando se stesso in una versione di un pezzo della sua vita, e Covi e Frimmel ci mettono empatia, curiosità, rispetto. Si concedono anche parentesi buffe (l’ospite indesiderato ma soprattutto i magnifici duetti con l’amica fotografa), perché c’è sempre lo spirito della commedia nel loro sguardo senza retorica né opportunismi, ma il racconto della casa che si svuota, del lutto che la contiene – anzi: dei lutti, perché il tatto si vede anche nel non dirci tutto ciò che edifica la malinconia di Al – e della scelta radicale è qualcosa di struggente.