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Midori Francis in Saccharine
Che sia nuovo The Substance, questo Saccharine, presentato a Berlino 76 come Special Midnight dopo il debutto al Sundance? La promessa è quella: un horror che interroga i corpi femminili al crocevia delle aspettative altrui. La domanda tematica è la stessa: quanto sei disposto a sacrificare per ottenere una versione migliore di te stesso? Se Coralie Fargeat ragionava sul potere delle immagini nella società dello spettacolo, approdando a una riflessione non solo sintonica con lo spirito del tempo ma anche universale nella sua ossessione dell’eterna giovinezza, Natalie Erika James inquadra la faccenda da un punto di vista psicologico, servita da quello spaventoso fenomeno culturale che è l’abuso di pillole dimagranti (in particolare quelle comunemente usate per trattare il diabete).
Già il titolo, che si riferisce al dolcificante artificiale ipocalorico capace di provocare dipendenza, spiega ciò di cui parliamo: una studentessa al primo anno di medicina, figlia di un obeso e di una donna di origini cinesi che non sa più cosa fare con il marito, mangia troppo e, per perdere il peso accumulato, si dà come obiettivo il raggiungimento dei sessanta chili. In un locale incontra una vecchia amica, irriconoscibile dopo una drastica perdita di peso, e accetta una pillola dimagrante, assunta sotto l’effetto di chetamina. A stimolarla nel percorso, il corso di fitness tenuto da una personal trainer per la quale si è presa una cotta e che la convince a sottoporsi a un programma di trasformazione corporea di dodici settimane. Quando scopre il costo del farmaco, decide di elaborarlo da sé, mettendo a frutto le prime nozioni di medicina e rubando ossa dal cadavere che sta sezionando durante il corso di anatomia. Da qui inizia un inferno.
Più che body horror, Saccharine è un horror sui corpi e nei corpi in cui la protagonista diventa cavia di se stessa, perde coscienza di sé, sperimenta gli effetti collaterali di una cura che in realtà è un viaggio allucinatorio. James affronta lo spettro dei disturbi alimentari – in particolare quella dimensione del mangiare nel sonno che può associarsi al sonnambulismo, spesso legata ad ansia, depressione – e lo porta all’estremo, trovando un referente simbolico nel cadavere che non solo riprende vita ma soprattutto prende possesso della vita della protagonista, facendosi annunciare dai brontolii dello stomaco e diventando sempre più pressante a mano a mano che la ragazza perde peso.
Saccharine è l’horror ai tempi dell’Ozempic, un incubo facilmente allegorico, una fantasia della carne che si rivela a colpi di montaggio sensazionalistico quasi da reel. E pur parlando di qualcosa che ha profondamente a che fare con la contemporaneità, sembra dichiarare il proprio distacco dal realismo non tanto nella scelta dei codici del genere ma nei trucchi evidentemente posticci che rendono tutto un po’ grottesco (dalla prima “versione” della protagonista, Midori Francis, con le protesi in faccia all’apparizione del padre, Robert Taylor, che fa sembrare raffinata un’operazione greve come The Whale). A lasciare perplessi è anche lo svolgimento della trama, con una seconda parte discutibile (se il cadavere “risorto” è un’allucinazione, com’è che altri personaggi subiscono le sue ritorsioni?), una risoluzione poco convincente e, dulcis in fundo, un finale che definire bizzarro è un complimento.
