Non è del tutto chiaro dove voglia andare a parare Home Stories (in originale: Etwas ganz Besonderes), terzo film della tedesca Eva Trobisch in Concorso a Berlino 76. Il titolo originale sta più o meno per “Qualcosa di molto speciale”, ma è quello internazionale a dirci l’intento dell’autrice: le “storie di casa” sono quelle di una famiglia un po’ scombinata, che si raccoglie attorno a Lea, la figlia adolescente, quando fa un provino per partecipare a una specie di X Factor. I genitori si sono appena separati perché lei aspetta un figlio da un altro uomo e faticano ad abituarsi alla nuova situazione. I nonni hanno problemi personali ed economici, giacché il loro hotel nella foresta è in perdita. La zia è una donna indipendente che dirige un museo ma non ha molti rapporti affettivi. La migliore amica di Lea latita da quando si è innamorata di un attivista. Che fare? Chi vuole essere Lea? Ma che film vuole essere Home Stories?

La chiave è nell’eredità del passato – anzi: dei passati – di una nazione divisa, com’è noto, fino al 1989. Una separazione che ha provocato una memoria non condivisa: da una parte quella comunitaria e socialista della Germania Est, dall’altra quella legata al capitalismo e all’individualismo dell’Ovest. Dentro questa faglia, sulla quale si è comunque edificato un Paese così come lo conosciamo, Trobisch riflette su come le storie di una famiglia possano interrogare questioni collettive che hanno a che fare con l’idea di comunità, il senso delle radici, la responsabilità delle proprie azioni.

Per la sua “fotografia di una nazione”, Trobisch sceglie di concentrarsi sull’Est, inquadrando il clima sociale attraverso una prospettiva privata, quasi a dirci che l’unico modo per capire l’avanzata delle destre estreme, l’incomunicabilità tra generazioni e l’insofferenza verso il sistema sia leggere le tensioni di un gruppo di persone che si dice meno di quanto dovrebbe, inanella errori più per goffaggine emotiva che per intenzione e non sa prendere di petto i problemi preferendo che esplodano quando la misura è colma.

Frida Hornemann in Home Stories
Frida Hornemann in Home Stories

Frida Hornemann in Home Stories

(Adrian Campean / Trimafilm)

In un paesaggio fatto di fabbriche dismesse trasformate in spazi performativi (l’archeologia industriale elevata ad arte contemporanea) e hotel malmessi in cui spuntano cadaveri di animali (simbolismo spiccio), Trobisch prova a dirci qualcosa su una Germania impazzita, in cui i vecchi non parlano (il nonno) o non si capacitano dello scempio della memoria (la nonna che sbarella quando torna nella fabbrica in cui lavorava sotto i comunisti), gli adulti si comportano da adolescenti, gli adolescenti devono inventarsi punti di riferimento e i bambini guardano.

Home Stories mette tanta carne al fuoco, riesce faticosamente a fare chiarezza sulle ragioni e i sentimenti della storia ma è troppo confuso, pasticciato e sbilanciato. Parte con un vago riferimento agli home movies e, benché lo recuperi qua e là anche nella grana di certi passaggi, perde questo appiglio formale senza una vera ragione e non sa articolare un discorso interessanti sulle immagini (quelle del talent show sono banalmente patinate, quelle nella natura banalmente naturaliste). E, per gradire, si lancia in una parte finale che si vorrebbe ellittica e invece è solo incomprensibile.