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Teresita Sanchez e Bastian Escobar in Moscas
È invasa dai rumori, la casa di Olga. Il ronzio delle mosche, lo spray per sterminarle, gli anelli delle tende, i suoni per festeggiare le vittorie al sudoku sul computer, le ambulanze che arrivano nell’ospedale di fronte. Si trascina, Olga, non solo perché sembra sopravvivere più che vivere, quasi una sfinge abitudinaria, rigida e isolata ai piani alti di un caseggiato a Città del Messico che pare un alveare, ma anche per un’unghia incarnita che le dà troppo fastidio per camminare bene. Per potersi pagare l’intervento di routine, è costretta ad affittare una stanza della sua casa. L’affittuario, la cui moglie è ricoverata proprio nell’ospedale vicino dove si sta sottoponendo a una pesante chemio, introduce di nascosto anche il figlio di nove anni. Quando lo scopre, nonostante le spiegazioni di quel padre disperato, Olga gli dà un ultimatum, ma l’uomo deve allontanarsi per guadagnare qualche soldo. Così, il rapporto imprevisto tra la signora e il bambino cambia la vita di entrambi.
Con poca fantasia, si potrebbe dire che Moscas di Fernando Eimbcke (titolo internazionale: Flies), in concorso a Berlino 76, è l’incontro di due solitudini simili e opposte: una donna matura che si nega la vita perché sopraffatta da un dolore che forse non è mai riuscita ad affrontare e un bambino che non può rinunciare a una vita ancora configurata attraverso una prospettiva fantastica. Che nella fattispecie ha a che fare con l’universo fantascientifico, che il piccolo esplora sia con la fantasia (gli sticker, le mollette usate per simulare le navicelle, il travestimento) che giocando ai videogiochi, ma anche cercando di farsi vedere dalla madre usando come segnale una torcia.
Non è un caso che il film spicchi davvero il volo quando è lui (Bastian Escobar, una meraviglia) a prendere in mano la storia, ovvero quando diventa il protagonista di un’avventura solitaria che ha come destinazione la stanza in cui è ricoverata la madre. Eimbcke lo pedina, gli sta addosso lasciandogli fiato, si mette alla sua altezza senza retorica, inquadra lo stupore di chi si scopre costretto ad aiutarlo (i bambini non possono entrare in ospedale e nulla possono i tentativi con la complicità di infermieri e guardie).
Ed è così che si giustifica l’inatteso e forse troppo repentino cambiamento di Olga (Teresita Sanchez, strepitosa): sì, è evidente che quella signora apparentemente anaffettiva, che si mette i tappi nelle orecchie per non sentire le lamentele e raccomanda di non usare il bagno con troppa frequenza, ha bisogno di qualcuno da amare per reimparare ad amarsi. Per quanto temporaneamente, deve incaricarsi della vita di qualcuno per riprendere in mano la propria, anche a costo di versare quelle lacrime da troppo tempo bloccate dentro occhi che hanno smesso di appassionarsi al mondo. Ed è bellissimo il momento in cui si esalta il legame tra Olga e il bambino, con lei che costruisce per lui un rituale propiziatorio per vincere al videogioco, lasciandoci credere che si tratti di qualcosa che la donna ha già vissuto in passato. Moscas è un po’ la sua catarsi, suggellata da un improvviso cha cha che commuove per la sua grazia.
Non manca il sospetto che la sceneggiatura di Eimbcke e Vanesa Garnica si conceda uno snodo fin troppo telefonato, come se a quel punto la storia avesse bisogno di prendere quella strada lì. E però, pur amabilmente ruffiano (ha il suo ruolo anche il bianco e nero arthouse di Maria Secco), Moscas è una sorta di Gioia mia messicano, un avvincente melodramma umanista che omaggia la tradizione neorealista (che, non a caso, ha sempre messo al centro i più piccoli) e, nonostante il dolore, ci dice che c’è sempre un po’ di speranza all’orizzonte.
