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Rose of Nevada
Il titolo ci informa della vera protagonista del film: Rose of Nevada è una barca che non c’è più, un fantasma dei mari dispersa dall’agosto 1993, che forse giace nei fondali come la targa che, nella sequenza d’apertura, viene sbullonata e lasciata cadere. Forse, appunto, perché trent’anni dopo la barca torna al porticciolo da cui era partita, un umido e mesto villaggio di pescatori in Cornovaglia che sembra fermo nel tempo e nello spazio, quasi traumatizzato in eterno da quel mancato in ritorno dei tre membri dell’equipaggio.
Eppure l’oblio non è una possibilità, quindi la misteriosa riapparizione non può che essere un segno. Di rinascita, di ripartenza, di reincarnazione. Lo è per Nick (George MacKay, la tensione in purezza), che accetta di imbarcarsi per necessità: non solo ha provato a riparare il tetto bucato della casetta in cui (soprav)vive con la famiglia, ma ha finito per distruggerlo del tutto, mentre l’anziana vicina di casa si fa presenza sempre più inquietante, portatrice di un messaggio oscuro.
E lo per Liam (Callum Turner, di sottrazione), che vede nel viaggio in mare l’occasione irrinunciabile per fuggire da un passato indecifrabile. Insieme al navigato comandante della spedizione, pescano il pescabile e tornano a porto: la maledizione della Rose of Nevada sembra scongiurata, ma com’è che sono finiti nel 1993? E perché gli abitanti li accolgono come se fossero i membri di quell’equipaggio perduto?
È uno di quei casi in cui conviene mettere i pezzi in ordine, perché il rischio dell’intrigante Rose of Nevada (presentato nella sezione Orizzonti di Venezia 82) è di risultare confuso se non confusionario, tanto si muove in precario equilibrio tra epoche e formati, logica e irrazionalità.
La chiave per accedervi, forse, sta nell’impegno totale di Mark Jenkin, qui al terzo lungometraggio: l’ha scritto evitando di spiegare troppo, delegando la nostra possibilità di comprensione a dettagli, suggestioni, elementi fisici; l’ha diretto accordando al flusso delle onde che vanno dove vogliono; l’ha fotografato girando in 16mm con una Bolex manuale; l’ha editato senza definire in modo didascalico i confini delle dimensioni temporali; l’ha post-prodotto con un audio interamente ricostruito; l’ha musicato intercettando il senso di angoscia personale che si riflette nell’impenetrabilità collettiva.
Rose of Nevada trasmette una materialità artigianale e una consistenza analogica, unisce la sci-fi che passa attraverso non-detti e non-visti con un’evocazione di folk horror (l’anziana vicina, i sogni ricorrenti pieni di simbolismi, gli abitanti del villaggio che intrecciano i fili di rete quasi fosse un rituale oscuro), lavora sul linguaggio visivo ed esplora le frontiere del suono per inquadrare una storia in bilico tra la leggenda e l’incubo.
Un film di fantasmi ma anche di corpi messi alla prova, di memoria da ricostruire e di verità inaccessibili, di spaesamenti estetici che possono trovare tregua solo accettando ciò che la ragione non può spiegare.