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Olive Gray, Leo Reich e Emily Fairn in Può solo andar peggio
“È l’epoca peggiore di sempre per avere sette anni” sostiene Ethan, uno che – come ci dice la voce narrante, che in originale è della scrittrice Zadie Smith – ha avuto “una delle vite facili nella storia dell’umanità”. È una battuta apparentemente estemporanea ma che dice molto di questo personaggio, un ragazzo tra i venti e i trent’anni tra i protagonisti dei sei episodi di Può solo andar peggio. Che, nei primi minuti della miniserie, vediamo nello studio di un suadente terapista. Lo sguardo sembrerebbe quello di un paziente sedotto e nel pieno di un transfert: in realtà è il suo primo incontro con un uomo contattato su un’app di incontri che, prima di consumare il rapporto sessuale, lo sottopone a una specie di seduta vagamente manipolatoria e funzionale al gioco di ruolo (un cammeo di Andrew Scott che si fa chiamare “daddy”).
A interpretare Ethan, un po’ svampito e un po’ devastato, esuberante quanto nevrotico, è Leo Reich, comedian classe 1998, che è anche il creatore della divertente e schietta miniserie. È lui a dare il tono buffo e angosciato a questa commedia amarissima, una post-sitcom che inquadra la sua generazione (la Zeta) con un’onestà e un’autenticità che potrebbero sorprendere i più adulti, eppure davvero straordinaria nel definire l’orizzonte del disagio, la vocazione all’inadeguatezza, la paura del futuro. Può solo andar peggio, appunto, come certificazione di un disincanto che merita comunque il filtro dell’ironia.
Composta da tre episodi monografici e tre più corali, è la storia di Ethan e delle sue due migliori amiche, un terzetto unito dai tempi dell’università: Sam (Olive Gray), una scrittrice queer (“Ho letto il tuo Substack, temevo parlassi di politiche identitarie” le dice un ragazzo) che vive in un affollato appartamento fatiscente (“Dovrai contribuire all’account Mubi condiviso” dice a Ethan che cerca un alloggio temporaneo), e Abi (Emily Fairn), che è andata a convivere con il fidanzato etero basico con la passione per la cucina e i coltelli giapponesi (e una passione segreta che rivela molto di questi maschi spaventati dalle proprie fragilità). Finiti gli studi, galleggiano in un precariato totale tra lavoretti, amorazzi, sogni e bisogni, affitti e tirocini, incontri su Hinge e festini in casa.


Olive Gray, Leo Reich e Emily Fairn in Può solo andar peggio
(A24 Films)Lo spauracchio è rappresentato dalle generazioni precedenti (l’elenco delle cose fatte dal nonno a ventiquattro anni), la tensione emotiva ha a che fare con l’insicurezza (“Sto cercando di crescere un po’” dice Ethan), il sesso è libero senza moralismi (il problema è quando ci sono di mezzo gli ex), la dialettica è tra chi dobbiamo essere per assecondare la società e chi possiamo essere per restare fedeli a noi stessi. E se usi e costumi attengono alla gen Z, l’approccio deve molto alla lezione dei millennials, da Lena Dunham (la creatrice e protagonista di Girls ha una piccola parte, la cinica capa di Greta) a Rachel Sennott (la serie I Love L.A.) passando per Simon Amstell (il bel film Benjamin, inedito in Italia) e Jordan Firstman (ci sono assonanze emotive con Club Kid).
Miniserie che si apre con un buco che spacca il muro dell’appartamento in affitto (la causa è comica ma il simbolismo è a portata di mano), Può solo andar peggio strappa lungo i bordi le figure di questi personaggi al crocevia di qualcosa che non c’è e chissà mai se sarà. E non ha paura di immergersi negli squarci, dal confronto con la morte (il quinto episodio sa inquadrare salute mentale e solitudine con asciuttezza e senza ricatti emotivi: la dedica è al drammaturgo Adam Brace, il titolo “Stop all the Cocks” omaggia volgarmente “Stop all the Clocks” di Wystan Auden) alla sensazione del fallimento imminente (“Sospettavano che non avrebbero concluso niente nella vita” dice la voce narrante), con un’adesione all’allegria e al dolore, all’inconsapevolezza di sé e a quel che resta della fiducia: andrà peggio ma forse no, no?
