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Ambizione: gioia o dolore? Pericolo o risorsa? È quello che si chiede The Greatest, in streaming su Prime Video. Otto episodi firmati Ben Watkins, che a Roma (tra le location del serial) aveva presentato il progetto insieme a Giovanni Ribisi, che interpreta Angelo Dundee, colui che credette più di tutti in Cassius Clay.
Il biopic in formato seriale, per quanto celebrativo, non si ferma alla canonica sostanza ma preferisce piuttosto indagare l’umanità del suo protagonista e il suo bisogno di “diventare qualcuno”. Da grandi muscoli derivano grandi responsabilità: Cassius si trasforma così nella voce (e soprattutto nel corpo) della comunità black, vittima dell’apartheid negli anni ’60. Della madre (una straordinaria Dana Gourrier), forte e risoluta e allo stesso tempo vittima del marito, alcolista e violento, pugile mancato ma soprattutto arrabbiato col mondo per tutto ciò che ha dovuto subire la sua dinastia di schiavi. Dei bambini e delle ragazze del quartiere, che lo guardano con rispetto e ammirazione. Di tutti i bianchi, in primis coloro che investono su di lui come una gallina dalle uova d’oro, e lo vogliono sfruttare per il proprio tornaconto. Cassius soffre, urla, scalpita ma sorride, contagia con la propria determinazione, convinto di avere un destino segnato fin da quando era nella culla.


Watkins lo erge quasi a Messia predestinato a salvare la propria gente. Un concetto forse non così lontano dalla realtà, perché quando esiste una figura come quella di Cassius Clay, l’effetto valanga del “potere” della sua fama è enorme. Non è un caso che tra i produttori figuri Michael B. Jordan, una delle voci black più posate e assordanti dell’ultimo decennio: I Peccatori docet.
Ogni eroe ha una nemesi e in questa storia quasi supereoistica (in cui il superuomo è un nero baciato da Dio) c’è Sonny Liston, il campione imbattuto di pesi massimi. Un “bestione” in confronto al protagonista, taciturno, silenzioso e dallo sguardo letale. Cassius non perde occasione per dare spettacolo in modo forse esagerato, prendendolo in giro per le sue origini da schiavo, per il suo tempo in prigione, per il suo non essere istruito e cresciuto in modo cristiano da una figura materna come lui. Lo chiama “scimmione”, “bruto”, quegli stessi epiteti utilizzati dagli schiavisti per indicare chi aveva un colore diverso e una conformazione fisica solo apparentemente più vicina ai primi homo sapiens.


Nella prima metà della miniserie Prime Video c’è l’ascesa e il consolidamento di un mito, partendo da quell’incontro vinto a Roma, e il ritorno oltreoceano da eroe. Nella seconda la sua identità viene rimessa in discussione ancora una volta quando si avvicina all’Islam; ma un nero musulmano era inaccettabile dalla sua stessa comunità, prima ancora che da quella dei bianchi che lo sponsorizzavano. Un atto di fede, una ricerca di se stessi, la più profonda e significativa auto-indagine di cosa vogliamo rappresentare per chi ci è accanto.
Una trasformazione emotiva, fisica, come un bozzolo che diventa farfalla, complice l’età giovanile di Cassius: diventa così ancora una volta qualcun altro, Muhammad Ali, abbracciando la Fede a cui era destinato, rappresentando ancora una volta snodo centrale storico, accanto a quel Malcolm X (Michael Ealy altra sorpresa) nemico pubblico d’America n. 1 per come si batteva per i diritti civili. Il potere di Ali se fosse un supereroe (quelli dei comics americani, di cui gli Stati Uniti hanno disperatamente bisogno)? Un mutaforma continuo, alla ricerca di ciò che l’avrebbe fatto sentire completo, guardandosi allo specchio.


L’azione di Clay sul ring è sempre stata unica, una danza: il dettaglio dei piedi che scalpitano riassume perfettamente l’indole inquieta e che mette continuamente in discussione se stessa di Clay. Metafora sportiva che Jaalen Best incarna alla perfezione. Forse questo è il più grande (per citare il titolo) insegnamento del pugile e del serial: mai pensare che la nostra formazione sia finita, c’è sempre un nuovo lato di noi da scoprire, il cambiamento e l’evoluzione sono dietro l’angolo.
