The Big Bang Theory è stata un fenomeno di costume senza precedenti nel mondo delle sitcom. Questo perché grazie ad essa i cosiddetti sfigati, al grido di “smart is the new sexy”, sono diventati i nuovi eroi della storia raccontata. Eroi improbabili che a partire da La rivincita dei nerd al cinema, hanno scoperto di avere più assi nella propria manica di quanti pensassero. Quando una serie tv – andata in onda per 12 stagioni di 24 episodi l’una – entra nel linguaggio popolare, allora ha rotto definitivamente la quarta parete, abbracciando appieno lo spettatore oltre lo schermo, facendogli compagnia per anni, settimana dopo settimana. L’ultima sitcom in senso stretto – con tanto di registrazione di fronte ad un pubblico dal vivo – ad ottenere un tale successo.

Un prodotto che diventa fenomeno di costume: ora è cool vestirsi come Sheldon Cooper (e indossare le sue magliette iconiche). Ora si urla “Bazinga!” quando si fa uno scherzo ad un amico oppure si entra nella vasca delle palline. Ora si bussa tre volte dicendo altrettante il nome della persona che si sta cercando. Ora il proprio posto sul divano è sacro e irrinunciabile. Tormentoni talmente entrati nel dialogo sociale da essere stati interiorizzati dalle persone. Insomma c’è un prima e un dopo The Big Bang Theory, anche a livello economico. Non solo di introiti dal merchandise, ma anche degli interpreti, che nelle ultime stagioni ottennero la cifra astronomica di un milione di dollari ad episodio (in precedenza accaduto solo al cast di Friends).

Stuart Fails to Save the Universe
Stuart Fails to Save the Universe

Stuart Fails to Save the Universe

Con un tale precedente, è ancora più difficile creare spin-off solidi e duraturi per continuare a “macinare” il franchise. La soluzione – ci dice Stuart Fails to Save the Universe – non è creare un nuovo fenomeno mediatico (sarebbe francamente impossibile) ma espandere quello che gli spettatori conoscono già. Un mondo talmente riconoscibile da potervisi rifugiare come una copertina di Linus. La trama parte dal presupposto che Stuart Bloom (Kevin Sussman), il proprietario della fumetteria uno dei luoghi ricorrenti dello show originario, debba ristabilire la realtà dopo aver distrutto un dispositivo creato da Sheldon, Leonard e Howard. Ad aiutarlo la sua (ex) fidanzata Denise (Lauren Lapkus), l’amico geologo Bert (Brian Posehn) e il fisico quantistico (gran rompiscatole sempre arrapato e inappropriato, con la sua distintiva R moscia) Barry Kripke (John Ross Bowie).

Gli autori Chuck Lorre, Zak Penn e Bill Prady scherzano così sulle teorie contrastanti sui viaggi nel tempo e sugli universi paralleli dai titoli che hanno fatto la storia del cinema, da Ritorno al futuro al più recente Everything Everywhere All at Once. Una dichiarazione d’intenti fin dal titolo, dato che (spoiler) l’eroe in questo caso non riuscirà a salvare l’universo. O forse sì? Tutti i protagonisti di questo universo condiviso hanno una caratteristica in comune, e questo vale anche per Stuart: la voglia di integrarsi nella società, senza sapere come fare. Anche la stessa Penny, femme fatale della comedy, cercava disperatamente amiche donne solidali e uomini che non la vedessero solamente come un oggetto sessuale. Questo hanno rappresentato anche gli altri spin-off Young Sheldon e Georgie and Mandy’s First Marriage (sempre in streaming su HBO Max): il bisogno innato nell’uomo di appartenere ad una community per sentirsi un po’ meno solo.

Stuart Fails to Save the Universe
Stuart Fails to Save the Universe

Stuart Fails to Save the Universe

La commedia è sempre stata specchio della società. Di solito si ride di gusto nei periodi floridi perché c’è un clima generale, economico e affettivo, di benessere. In tempi di crisi – come quelli che stiamo vivendo – si ride invece in modo amaro perché c’è bisogno di sviare la mente dalle brutture del mondo. Non sorprende quindi che ci sia un’Apocalisse nell’universo da cui parte questa storia. Forse gli autori con questa nuova serie ci vogliono dire che non possiamo più rifugiarci nelle risate “programmate”, nella comfort zone del salotto di casa (tipico delle sitcom). Dobbiamo avventurarci in territori inesplorati, a volte pericolosi; del resto continuiamo a cercare un altro Pianeta che ci possa ospitare una volta che la Terra – oramai in caduta libera – perirà definitivamente. Quindi perché non affidarsi direttamente ad un intero universo (ogni settimana uno diverso, sempre più surreale)?

Dopo esserci coccolati nella nostalgia del passato con i due prequel, ora arriviamo ad un terreno futuristico dominato dall’IA in cui nessuno può arrabbiarsi, pena una scarica elettrica. Tutto può diventare (auto)ironico in questo spin-off: la sigla a cura di Danny Elfman che cambia in ogni episodio (come nel Trono di Spade) con un piccolo spoiler su quanto accadrà nella puntata; le guest star dal mondo di The Big Bang Theory che interpretano nuove versioni dei personaggi che abbiamo amato. Forse è questa la chiave per sopravvivere nella macchina produttiva televisiva, come nella vita: non prendersi mai troppo sul serio, e lasciare che le risate (registrate) facciano il resto.