Heated Rivalry sta tutta nell’inizio del primo episodio. Sei mesi dopo un primo incontro alla finale tra Russia e Canada all’International Prospect Cup, un prestigioso torneo giovanile di hockey su ghiaccio, due giocatori adolescenti si ritrovano al NHL Entry Draft, l’evento annuale per la selezione degli hockeisti in erba. Poi, di sera, si beccano nella palestra dell’hotel in cui alloggiano: la regia di Jacob Tierney (creatore della serie, tratta dai romanzi Game Changers di Rachel Reid) li riprende quasi nudi, abbonda nei primi piani che palesano l’evidente e reciproca attrazione fisica, si focalizza sui dettagli (i movimenti delle labbra, le occhiate, i muscoli), sta addosso ai corpi, li fissa nell’avvicinamento (l’uno senza indugi perché più libertino, l’altro inesperto e quindi pieno di ansie), monta la tensione per gli sfioramenti che presuppongono altro.

Heated Rivalry
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Da una parte, è pura pornografia del primo incontro tra due ragazzi che si desiderano. Dall’altra, ricorre agli schemi tradizionali dell’allusione per schivare il voyeurismo (invano), giocando sul vedo e non vedo (ma tanto capiamo subito che presto o tardi consumeranno) ed evitando (inutilmente) un’eccessiva sessualizzazione dei corpi adolescenziali.

Ma Tierney conosce i suoi polli, nella fattispecie il pubblico cresciuto nell’universo dei romance (un aggiornamento degli Harmony per lettorato giovanile), delle fanfiction (su piattaforme come Wattpad che consentono a chiunque di pubblicare storie originali spesso con personaggi preesistenti: Cinquanta sfumature è nato così partendo da Twilight), delle post-soap (i vecchi racconti a puntate nei post delle narrazioni social), dei BookTok (i club di lettura su TikTok).

Heated Rivalry
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Plasmato com’è sulle aspettative del suo target, Heated Rivalry è una fanfiction deluxe che funziona perché non rinuncia a niente, idealizza senza riserve e si serve del sesso non tanto – o non solo – per ammiccamento ma come esaltazione di un gesto romantico. E dunque, sì, è inevitabile – e noioso – che la coppia da shippare (cioè tifare per la formazione di una coppia a prescindere da tutto) sia splendida splendente, come da stereotipo della più comune commedia romantica vagamente melodrammatica, queer o etero poco cambia.

Infatti, il successo globale di Heated Rivalry non è dovuto tanto all’accesa rivalità del titolo, cioè all’impossibile relazione tra due campioni che giocano l’uno contro l’altro, un’impalcatura alla Romeo e Giulietta (le squadre al posto delle famiglie) che funge da ostacolo sociale sia sul piano dell’agonismo (puoi sfidare chi ami anche se fai di tutto per negare quell’amore?) che su quello dell’accettazione (lo sport sempre descritto come enclave omofoba).

Heated Rivalry
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L’immortale schema “enemies to lovers” è una copertura per gli altri, nonché un pretesto e un ingranaggio, giacché a dare la forza alla serie è l’evidente chimica ai confini del softcore tra Hudson Williams (Shane Hollander, timido canadese di origini asiatiche con neurodivergenza mai trattata con retorica) e Connor Storrie (Ilya Rozano, statuario e sfacciato russo pieno di traumi irrisolti, compreso quello con una patria anti LGBTQI+), precisi e coinvolti nell’attraversare il lungo coming of age dei protagonisti (quasi un decennio, dal 2008 al 2017) tra sentimenti negati, repressioni sparse, amore velato, sesso clandestino, messinscene a uso e consumo del pubblico (le relazioni etero).

Accanto alla vicenda principale, la storia di un giocatore più adulto, capitano di un’altra squadra (François Arnaud, già feticcio del cinema di Xavier Dolan), che trova nell’amore per un barista l’occasione per fare pace con se stesso, ribaltare il tavolo, fregarsene del mondo, scoprirsi felice. Lanciata in sordina sulla canadese Crave a fine novembre, in poco più di un mese la serie si è imposta come fenomeno globale grazie al passaparola social. Già rinnovata per una seconda stagione, acquisita da HBO Max per vari territori, Italia compresa, arriva da noi il 13 febbraio per San Valentino.