I Understand Your Displeasure sta per “Capisco il tuo dispiacere” ed è già una dichiarazione d’intenti. Perché l’opera prima di Kilian Armando Friedrich, presentata nel Panorama di Berlino 76, è un character study che inquadra il malessere di una donna, responsabile del servizio clienti di un’impresa di pulizie, che, per risolvere un problema con un subappaltatore, deve garantire più ore di lavoro e più guadagni e, al contempo, licenziare uno dei suoi dipendenti.

Nel solco del cinema sociale e dei bivi umani di Ken Loach, con le marche stilistiche dei Dardenne e in linea con altre esperienze contemporanee legate al cortocircuito tra lavoro e globalizzazione (pensiamo a La storia di Souleymane), Friedrich si concentra sull’angoscia di una donna sospesa tra responsabilità professionale e consapevolezza del cinismo di un sistema che sfrutta il lavoro a basso costo. E non rinuncia a puntare lo sguardo sulle conseguenze cliniche di una tale morsa, raccontando le ricadute sociale, psicologiche e relazioni dello stress lavorativo, che il regista espone sì senza sensazionalismi o effetti retorici ma quasi stesse al fronte, su u n posto di lavoro descritto come campo di battaglia.

Decisiva, in questo senso, la magnifica interpretazione di Sabine Thalau, sempre in scena, sempre in prima linea, sempre cosciente di dover incarnare un fascio di nervi, una vulnerabilità pronta a esplodere, una frattura scomposta, come fosse un personaggio di Mike Leigh (pensiamo a Scomode verità). Thalau la rappresenta in modo autoritario, senza sconti ma con un’empatia che ci permette di capirne la rabbia repressa e l’accumulo di ansie, alza la voce e dilaga con le parole per non perdere tempo, non dare spazio ai tormenti interiore, sovrastare chi mette il dito nelle sue piaghe.

Friedrich si affida molto a lei, le sta addosso e la mette al centro perché sa che I Understand Your Displeasure è anzitutto un ritratto che sa farsi affresco, un profilo personale in grado di dare l’idea di una situazione generale, una donna sull’orlo di una crisi di nervi che in realtà testimonia le storture e le contraddizione di un sistema votato al profitto e disinteressato all’umano. E, con intelligenza e abilità, evita visioni manichee e dichiara il proprio interesse nei confronti delle persone. Con le sue ingenuità derivative, è un apprezzabile film militante senza proclami, che sceglie il realismo e va nel concreto per confrontarsi con la vita com’è. Il momento con Bella, ciao è emblematico e il finale apre a un minimo di speranza.