“Io sono l’amore che non osa dire il suo nome”
Oscar Wilde

Lilia ritorna in Tunisia (Soussa) dalla Francia per il funerale di suo zio Daly (Karim Ramdi) morto in circostanze non chiare, i giorni di lutto che osserva la sua famiglia creano una sospensione dal tempo in modo che la donna possa affrontare la cultura di cui è figlia, nei pregi e nei difetti, provando a chiarire, col supporto della sua compagna nascosta in hotel, la morte di Daly.

À voix basse (titolo internazionale: In a Whisper), terzo lungometraggio di Leyla Bouzid (sua anche la sceneggiatura), si divide in capitoli che non sono altro che i giorni in cui Lilia (una centrata Eya Bouteraa) affronta un percorso personale in una famiglia dove sono le donne a fare da muro contro il mondo e, al contempo, da rete di salvataggio per quei parenti considerati problematici dalla società tunisina perché omosessuali. In fondo lo dice anche un proverbio messicano: “Le donne sono le fondamenta di una casa”, soprattutto quando all’esterno sono i maschi eterosessuali a tirare le fila.

C’è una delicatezza nel modo in cui Bouzid racconta un mondo fatto più di ombre che di luci, una società che sembra impermeabile alla modernità, almeno passata le soglie di casa, perché in casa e nelle sue private stanze ciò che vieta la legge è ampiamente ignorato e, almeno, in casa di Lilia regna un matriarcato il cui capo è sua nonna Nèfissa (Salma Baccar).

A mano a mano che i giorni passano in Lilia riemergono i ricordi con suo zio (delicata la fotografia di Sébastien Goepfert) un passato che riesce a inquadrare tanto inizia a sovrapporsi al suo presente dove non riesce a fare coming out: deve continuare a fingere davanti alla famiglia che Alice (Marion Barbeau) sia una amica? Sua madre, Wahida (una brava Hiam Abbas), la difenderà come ha fatto con Daly? Bouzid con a bassa voce (il titolo originale del film) tratteggia semplicemente, ma non per questo in modo leggero o superficiale, quanto l’ipocrisia e la connivenza di amici e parenti nei confronti di certe leggi irrazionali provochino più danni delle persone omofobiche, soprattutto in termini emotivi.

“E’ solo amore” afferma Lilia a un certo punto, sempre più frustrata tra un presente moderno a Parigi (dove lavora come ingegnere) e un retaggio antico e reazionario a cui risponde infantilmente provocando amici o poliziotti creando così, inevitabilmente, una crepa tra lei e le persone che la circondano. Più Lilia si addentra nell’ultimo giorno di vita di Daly, il cui cadavere è stato trovato nudo, maggiormente l’intolleranza verso il suo Paese si acuisce tanto da assumere un atteggiamento sprezzante nei confronti di un vigile: “Tu non sai come funziona qui” afferma dopo avere cercato di corrompere il vigile di fronte ad Alice, quasi considerasse la Tunisia un posto meno civile, come se si fosse scollata dalle sue origini che l’uomo stesso le rinfaccia.

Ci sono diversi livelli di lettura in questo terzo film di Leyla Bouzid, non si tratta semplicemente di un film queer, di un giallo, di una coming of age story o di un j’accuse nei confronti delle regole tunisine, in modo estremamente elegante c’è anche un discorso sul colonialismo sottolineato dal fatto che la nonna di Lilia parla solo francese, e la stessa Lilia si comporta da straniera in casa sua come se fosse un territorio ostile.

Non sappiamo se Daly sia stato aggredito l’ultima sera (gli aggressori omofobi non possono neanche essere denunciati e rimangono impuniti), veniamo a conoscenza del sottobosco queer di Soussa dove Lilia troverà delle risposte, risposte su com’era in vita suo zio e che porteranno la donna a conoscere pieghe inquietanti del codice penale, come l’ispezione anale per chi viene arrestato per omosessualità.

Ormai la vita di Lilia sembra aderire – ma al contempo non vuole – a quella dello zio, costretto a sposarsi per volere della madre, a lasciare un grande amore e a vivere una vita fatta di inedia e di alcolismo. Se a un certo punto il film si lascia andare a toni un po’ melodrammatici, riguadagna la sua compostezza attraverso le lettere che Daly (nella sua assenza è centrale) ha lasciato all’amore della sua vita, creando in questo modo una comunione spirituale tra Lilia e questo “amore che non osa dire il suo nome”.

À voix basse ci ricorda che la famiglia ha bisogno di segreti, di crepe e rotture su cui si può costruire un futuro, anche immersi nel silenzio di un Paese che accetta leggi folli. D’altronde ciò che Lilia rivendica è solo amore.