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Un barbecue in famiglia, una villa nella natura, una moglie amata che lo ama, un figlio adolescente, la secondogenita violoncellista, due golden retriever con rispettiva cuccia personalizzata, due suv eleganti.
You Man-su (Lee Byung Hun), uno specialista nella produzione di carta con 25 anni di esperienza, è talmente soddisfatto della propria vita da potersi dire con onestà: “Ho tutto quello che desidero”. Idillio che sarà bruscamente interrotto quando l'azienda, passata di mano agli americani, gli comunica senza preavviso il licenziamento: "Non abbiamo altra scelta".
A quasi vent'anni di distanza da Cacciatore di teste di Costa-Gavras (2006), torna sullo schermo il romanzo The Ax di Donald E. Westlake (1997): a riadattarlo per il cinema è Park Chan-wook, che con No Other Choice (Eojjeolsuga eobsda) ritrova il concorso della Mostra di Venezia esattamente vent'anni dopo Lady Vendetta.
Il regista di Old Boy e Decision to Leave (che aveva già iniziato a lavorare allo script oltre 15 anni fa ma è riuscito a realizzare il film solamente ora, per motivi legati ai diritti dell'opera e al budget) non tradisce la natura del romanzo, la trama resta grosso modo la stessa (ambientata però nella Corea dei giorni nostri), come pure la cifra a metà strada tra dramma sociale e dark comedy.


No Other Choice
Vien da sé, però, com'è giusto che sia, che No Other Choice (acquistato per l’Italia da Lucky Red, arriverà nelle sale a gennaio 2026) prenda tutt'altra direzione in termini formali ed estetici: Park è abilissimo a costruire il contesto iniziale entro cui far muovere questa famiglia agiata, come pure a introdurre strada facendo quella progressiva e strisciante sensazione di perdita che culmina nelle scelte di privazione che la moglie di You Man-su, interpretata da Son Yejin, elencherà a marito e figli: lei rinuncerà al tennis, il figlio a Netflix, la casa dovrà essere messa in vendita, i cani affidati alla nonna (perché altre due bocche da sfamare diventano troppe) e via discorrendo.
Questo perché - seppur motivatissimo e deciso a ritrovare un impiego in poco tempo - l'uomo passa oltre un anno a saltare da un colloquio ad un altro, fino a subire l'umiliazione dal caporeparto della Moon Paper, a quanto pare l'unica cartiera a navigare ancora in ottime acque: è la goccia che farà traboccare il (suo) vaso. E che farà virare il film verso i lidi della commedia nerissima. E disperata.
Il piano dell'uomo è tanto ingegnoso quanto diabolico: eliminare tutti i possibili "avversari" per la conquista di quell'ambito posto di lavoro. E Park aderisce a questo sviluppo della storia mostrandoci i tentativi maldestri e ridicoli (quasi da comicità slapstick) con cui il novello killer cerca di mettersi all'opera: goffi pedinamenti, telefonate improvvisate, salvo poi prendere progressivamente la mano con il "mestiere".


No Other Choice
È la parte naturalmente più divertente del film (che per forza di cose non può sfuggire a inevitabili déjà-vu), debitrice anche di un certo modo di applicare i canoni della violenza a derive ridanciane (vedi alcune opere di Takeshi Kitano), forse però anche quella più sbilanciata e ridondante, che allunga un po' il tutto (durata complessiva 2 ore e 20, troppe), nonostante alcune trovate brillanti (la musica a palla nella stanza del primo omicidio con vittima e carnefice costretti ad urlare reciprocamente) e la progressiva difficoltà del protagonista a (mal)celare la sua missione agli occhi della moglie. Con tanto di polizia che arriverà a bussare alla loro porta...
"Non c'è altra scelta", dopotutto, per tentare di mettersi sullo stesso piano della società capitalistica. E per rivendicare quello "status" di capofamiglia capace di far fronte a tutti i "bisogni" dei propri cari: in questa escalation di lucida follia, Park non sembra tradire la propria empatia verso un uomo che considera la produzione di carta non solo la propria vita, ma ancora qualcosa da difendere a tutti i costi.
E non è difficile pensare che questo pensiero non finisca per coincidere con quello del regista stesso, applicato al cinema. Che ancora resiste, proprio come la Moon Paper, sperando però che non si riduca ad una fabbrica totalmente automatizzata, con la produzione supervisionata da un solo essere umano.