Un breve prologo (capiremo presto che sarà anche il primo epilogo) di cafonaggine inaudita – un omone getta dal tetto di un hotel un corpo moribondo senza gamba sopra al cofano di un’auto in corsa, con conseguente tamponamento e immancabile intruppata all’idrante che si tramuta in geyser – ci introduce al nuovo film di Potsy Ponciroli, Motor City, action ospitato in Venezia Spotlight alla 82° Mostra, dove il regista fa ritorno quattro anni dopo il western Old Henry, allora Fuori Concorso.

Siamo nella Detroit del 1977. Miller (Alan Ritchson, un Michael C. Hall dalla muscolatura più ingombrante e la mascella più quadrata) sta per fare il grande passo, la proposta di matrimonio all’amata Sophia (Shaileene Woodley).

Neanche il tempo di incassare il fatidico sì, gli piombano dentro casa le guardie: incastrato da un detective corrotto, l’uomo si becca 25 anni di galera per narcotraffico. Dietro all’infamata c’è Reynolds (Ben Foster), l’ex ancora innamorato della donna, nonché gangster di alto livello ammanicato con chi di dovere.

Shailene Woodley in Motor City
Shailene Woodley in Motor City
Motor City

Non ci vuole molto a comprendere la natura di questo revenge movie di grana grossissima, scritto da Chad St. John e diretto da chi evidentemente non ha avuto occasione di vedere (ma a questo punto ne ignorava del tutto l’esistenza) il recente Silent Night di John Woo.

Sì, perché la trovata di realizzare un action movie senza dialoghi viene qui fatta passare come intuizione di chissà quale furbizia: se nel citato lavoro del regista hongkonghese (non ai suoi massimi livelli, ma avercene) tale sottrazione – che coincideva comunque con una motivazione diegetica – riusciva ad essere compensata da un ottimo lavoro sulle sfumature dei vari personaggi, qui in primo luogo non c’è alcuna occorrenza con la narrazione e si genera oltretutto un paradosso abbastanza incredibile. Anziché evocare, infatti, Ponciroli riempie quel silenzio con infiniti commenti musicali (d’epoca, certo, ma alla lunga…), ralenti innumerevoli, esacerbando ogni situazione fino all’insopportazione.

Per non parlare dell’assoluta incapacità di accennare ad un seppur minimo scavo dei vari caratteri, oltre a non restituire mai il cuore della città, Detroit, evocata nel titolo. Poi, per carità, la deriva picchiatutto del finale è anche divertente. Fosse stato tutto così, Motor City, sarebbe stato meglio.