Mihai Mincan non è nuovo alla Mostra del Cinema di Venezia. Dopo aver preso parte alla sezione Orizzonti nel 2022 con Spre Nord (Verso nord), ci riprova con questa storia ambientata al periodo della caduta del regime dittatoriale nella Romania di Nicolae Ceaușescu. Protagonista di Dinţi de lapte (Milk Teeth) è Maria, una bambina di dieci anni testimone della misteriosa sparizione della sorella Alina.

La vicenda si svolge in un arco di tempo relativamente breve: dalla primavera che precede la caduta del dittatore, nel dicembre del 1989, al 1990 avviato, quando la Romania, ormai libera dalle oppressioni totalitariste che la privarono di risorse e libertà, vide con il tramonto del socialismo reale la possibilità di un’epoca di rinascita.

In quest’arco di tempo in cui si dipana la storia narrata dal film, Maria non ha perso la speranza di rintracciare la sorella scomparsa anche all’aiuto dei suoi amici e alla volontà di contribuire al ritrovamento e riportare serenità a una famiglia sconvolta da un simile evento. Maria si sente in colpa perché negli ultimi istanti di contatto visivo con Alina avevano litigato per una incombenza domestica. Toccava infatti a lei dover svuotare il secchio con i gusci delle noci al punto di raccolta dei rifiuti. La ricerca di Alina da parte dei suoi si rivela inutile. Maria assiste alla disperazione dei genitori incapaci di sopportare insieme un evento così devastante. Alla forza determinata della madre, corrisponde la fragilità di un padre la cui responsabilità ha subito un duro colpo. Ciò produce la loro separazione di cui Maria rimane il tramite che li tiene ancora legati.

Racconto di formazione in cui paradossalmente le tragedie, e le sue conseguenze, maturano e rafforzano il carattere. La giovane protagonista è colta nei primi piani in quelle espressioni dello sguardo in ricerca, desideroso di verità, di conoscere e dare senso a un’esperienza troppo più grande di lei. Il regista vuole rappresentare i suoi sentimenti lasciando spesso fuori dall’inquadratura gli adulti, appesantiti dal dolore e perciò rassegnati. Maria vivrà il passaggio da un ciclo scolastico al successivo, ma sua vera maturazione si compie grazie al suo coraggioso atteggiamento di non perdere la speranza e di non soccombere a una realtà spenta, crepuscolare, e infine di reagire a chi in quegli anni le ha negato, come a intere generazioni di bambini e di ragazzi di quella stagione, il sogno di un nuovo mondo, più luminoso.

Nonostante la coincidenza con la fine del regime, il regista però lascia ogni riferimento in sottofondo, in rumorosa sordina, ma i rimandi e le metafore sono esplicite, se non dichiarate, senza mai mostrarne le conseguenze sul quotidiano. Tutto è filtrato dall’esperienza della giovane protagonista, caratterizzata dalla attesa e dalla immaginazione. Brevi tracce sono il riferimento alla milizia e alle indagini, le graduazioni scolastiche con le dichiarazioni degli allievi, la realtà depressa dalle consistenti ristrettezze. Uno dei dettagli più evidenti alla situazione storica della transizione dalla dittatura alla democrazia, si nota nel cambiamento di tono con cui la radio trasmette le informazioni e soprattutto le canzoni della cultura popolare rumena di quegli anni, fatta eccezione di un evergreen internazionale degli anni Settanta, Popcorn di Hot Butter, da cui prende avvio il ballo spensierato delle due bambine.

L’aura di fantasia si esprime nelle supposizioni dei bambini che con l’incoscienza dell’età si avventurano con le torce portatili nell’oscurità della fabbrica dismessa i cui cunicoli e i rumori misteriosi alimentano la loro paura e allo stesso tempo la voglia di compiere l’impresa. Il mistero poi aumenta quando la protagonista, consapevole di essere diventata più “grande” si avventura da sola seguendo quella signora vestita di nero, ma di cui appena si percepisce la presenza in lontananza. La segue guidata dall’istinto sino a scoprire la possibile stanza dell’“orco” dalla intensa cromatura rossa con la collezione di svariate fotografie di bambini e ragazzini appese ad asciugare o ancora immerse nel liquido del bagno di sviluppo. Maria resiste con audacia imprudente alla paura grazie al suo talismano che tiene in mano e che si illumina per contrastare l’oscurità e il peso della scoperta di quelle foto di infanzia negata. Il regista è bravo a sfuocare il limite che separa la realtà dalla fantasia, la consapevolezza dall’immaginazione, l’evidenza dal mistero.

Milk Teeth è una prova di coraggio da parte di Mincan, il quale opta per una soluzione narrativa temeraria, audace, che a volte può anche distrarre o stancare lo spettatore. Il regista però lo fa con il registro adeguato utilizzando una fotografia decisamente efficace che sa equilibrare l’oscurità alla lucentezza, il buio allo splendore, i suoni misteriosi e inquietanti a quelli naturali e rassicuranti. Le inquadrature sono strettissime, “singolari”, spesso sfocate, a evidenziare la solitudine dei personaggi e a escludere la realtà che sta fuori campo e per la quale lo spettatore è chiamato a uno sforzo di immaginazione.

Un esercizio di stile personale ben eseguito di narrazione debole in cui rappresentare l’abbandono dei personaggi, il loro stato d’animo e la loro psicologia intensamente turbati dagli avvenimenti e dalla stasi della ricerca. Film con pochissimi dialoghi, radi ed essenziali, ma ricco di suoni meccanici e rumori misteriosi, in cui si predilige il silenzio che si fa separazione nei personaggi adulti, e che invece in Maria è volontà di sentire, captare, cogliere un segnale di sopravvivenza (efficace è l’immagine dell’orecchio della bambina poggiato al muro da cui arriva un silenzio sollecitato dai pugni alla parete della piccola protagonista, e che è alla base dell’ispirazione di Mincan).

Maria è metafora di una generazione, a cui appartiene anche lo stesso regista, che deve rialzarsi per superare una vicenda storica che ha prodotto un trauma collettivo perpetratosi durante ventidue anni di dittatura, ma che è rimasta delusa dalla primavera mancata.

I “denti da latte”, come ha avuto modo di spiegare lo stesso Mincan, sono simbolo del vecchio che cadendo dà spazio al nuovo, ma il latte può anche inacidirsi quando perde la sua freschezza e acquista acidità.