Nel panorama contemporaneo del cinema italiano, Paolo Strippoli rappresenta una voce unica e coerente. Fin dal suo esordio, in quel caso alla co-regia, con A Classic Horror Story nel 2021, ha mostrato una spiccata predisposizione per la rilettura dei generi. Se il suo primo lavoro rielaborava il folk horror attraverso un’amara riflessione meta-cinematografica, il successivo Piove nel 2022 trasformava il dramma della perdita in una parabola cupa e spietata sui rimorsi mai superati. Per arrivare ad un’aura mistica, confrontandosi con il trascendente, in La valle dei sorrisi. Con L'estranea, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, Strippoli compie un passo decisivo: abbandona le strutture già rodate e approda a una forma più complessa di tragedia morale. Naturalmente senza dimenticare qualche brivido.

La storia si concentra sulla vita apparentemente impeccabile di una famiglia borghese. Anna (Jasmine Trinca) vive un’esistenza ordinata insieme alla figlia Alice (Romana Maggiora Vergano) e al marito Walter (Adriano Giannini). Questo schema rassicurante crolla quando nel loro quotidiano irrompe una figura misteriosa e carismatica, con il volto di Valeria Bruni Tedeschi. Il suo arrivo costringe Anna a rivelare un segreto rimasto sepolto per anni.

In Piove, Strippoli aveva costruito una parabola urbana e viscerale, sfruttando gli stilemi del body horror (poi ribaltato in La valle dei sorrisi) per esternare fisicamente la rabbia e la violenza repressa. In quel film la contaminazione esterna e l'atmosfera cupa e melmosa di Roma diventavano una metafora visiva immediata e di forte impatto sensoriale. Con L'estranea (dove l’acqua è comunque un elemento preponderante), il regista si orienta verso una dimensione più intimista, sotterranea e psicologica.

Se Piove lavorava d'accumulo, usando la pioggia e il degrado materiale per far esplodere il conflitto, L'estranea sceglie la via della sottrazione (come La valle dei sorrisi), sottintendendo la minaccia e affidando la tensione quasi interamente alla gestione dello spazio domestico, alla geometria delle inquadrature e alla direzione degli attori. La cifra stilistica di Strippoli non perde la sua matrice inquieta, ma si affina: la violenza diventa una tensione strisciante, che si consuma tra i silenzi, gli sguardi e le parole non dette.

Il film si colloca nell'evoluzione autoriale di Strippoli come il punto di convergenza tra il tormento interiore e la sensazione di un’apocalisse imminente. La macchina da presa indaga il focolare con rigore visivo (pronto a esplodere in ogni momento), trasformando la casa in una prigione emotiva. In questo contesto, le dinamiche tra le protagoniste diventano il vero motore della narrazione. Jasmine Trinca offre un'interpretazione misurata nei panni di una madre lacerata dai sensi di colpa. Valeria Bruni Tedeschi incarna l'elemento disgregante con magnetica ambiguità.

L'estranea conferma la capacità di Strippoli di usare la finzione cinematografica per esplorare le crepe dell'anima. Affronta il tema del sacrificio, della colpa ereditaria e della fragilità delle relazioni umane. Dimostra come i traumi mai superati tendano sempre a riaffiorare in superficie, con una certa dedizione cinefila (ricordate Shining?). Firma il suo lavoro più maturo, sottolineando che si può agire da dentro il sistema per cambiare le regole. In fondo il cinema è un magnifico sogno che diventa realtà.