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Greta Lee e Willem Dafoe in Late Fame
Già autore di due tra i documentari sul cinema più importanti degli ultimi 15 anni (A Letter to Elia e Hitchcock/Truffaut), il critico e regista americano Kent Jones realizza il suo secondo film di finzione sette anni dopo Diane (inedito in Italia) e porta sullo schermo Late Fame (dal romanzo omonimo di Arthur Schnitzler), in Orizzonti a Venezia 82 e acquistato per l'Italia da I Wonder Pictures.
Come da titolo, la fama tardiva è quella che sembrerebbe arrivare – del tutto inaspettata – per Ed Saxberger, dimenticato poeta newyorkese, da 37 anni impiegato all’ufficio postale, che nel 1979 pubblicò una raccolta di poesie ignorata dai più.
Ad aspettarlo sotto casa, un giorno, trova un giovane dall’abbigliamento e dalla parlantina elegante (Edmund Donovan), pieno d’entusiasmo nel rivelargli la propria ammirazione. Il ragazzo fa parte di un ristretto gruppo di giovani intellettuali: dopo qualche reticenza Ed accetta l’invito di far loro visita. Il gruppo lo accoglie e lo consacra come un genio ritrovato. Inebriato dall’attenzione e dall’affascinante presenza di Gloria (Greta Lee, notevole), attrice che sembra recitare anche quando vive, nonché “eroina tragica” del gruppo, Ed inizia gradualmente a fare i conti con l’autenticità del suo nuovo circolo poetico.
“Le stagioni si scontrarono, le stagioni si scontrarono”: Kent Jones posa il suo sguardo malinconico e disilluso su un’idea perduta, sulle analogie e le contraddizioni tra la Soho attuale e quella degli anni ’60-’70, “la New York di oggi e la New York che oggi è scomparsa, l’una delicatamente sovrapposta all’altra”.
Per farlo si serve di un gigantesco Willem Dafoe, attore che dimostra una volta di più quanto per essere grandi non serva necessariamente interpretare personaggi borderline e sopra le righe: è seguendolo nelle sue abituali passeggiate, pedinandone lo stato d’animo, offrendoci pochi appigli per individuarne i trascorsi (le telefonate della sorella al capezzale dell’altro fratello ci lasciano intendere di un conflitto familiare mai risolto), che riusciamo a scorgere la natura di un uomo comune attraversato, un tempo forse, oggi chissà, dal fuoco sacro dell’ars poetica.
Inserendolo e poco a poco contrapponendolo alle logiche di un’attualità che – attraverso le nuove regole del marketing e della comunicazione – sembra inevitabilmente omologare anche quei pochi convinti di essere al di fuori delle masse (non a caso ognuno dei componenti di quel circoletto è figlio di famiglie benestanti…), Schnitzler prima e Kent Jones nel suo adattamento ai giorni nostri (da uno script di Samy Burch) ci ricordano quanto la poesia sia da ricercare anche, e soprattutto, nella quotidianità di esistenze apparentemente banali, non nella posa di chi indossa una maschera per darsi un tono.
E che l’atto creativo non può sottostare a tempistiche premeditate, perché la poesia è “eternamente fragile, eternamente libera”. A volte impossibile da catturare, a volte impossibile da restituire, a volte, semplicemente, è intorno a un tavolo da biliardo. Popolato da gente che non ti conosce in quanto poeta, ma in quanto uomo.