“Non pensare. Esegui gli ordini. Uccidi”.

Shinya Tsukamoto, tra gli habitué più affezionati della Mostra del Cinema, torna in concorso a Venezia 83 con Mr. Nelson, Did You Kill People?, film ispirato all'omonimo manga autobiografico del 2005 incentrato sulla vita di Allen Nelson (1947–2009), reduce afroamericano della guerra del Vietnam divenuto poi, in una straziante nemesi storica, un instancabile attivista per la pace in terra nipponica (dove è anche sepolto), con oltre milleduecento conferenze tenute dal 1995 fino alla sua scomparsa.

Il regista giapponese (che come consuetudine firma anche sceneggiatura, fotografia e montaggio) prosegue nel solco della sua filmografia più recente, intrisa di fango, sangue e polvere da sparo, che dalle giungle filippine della Seconda Guerra Mondiale di Nobi (Fires on the Plain) si è snodato tra le macerie del dopoguerra giapponese in Hokage (Shadow of Fire).

Stavolta il territorio è per lui inedito (anche se non è il primo film in lingua inglese che dirige, Tetsuo: The Bullet Man nel 2009) eppure intimamente connesso alla sua poetica della lacerazione: Tsukamoto abbandona i confini della propria nazione per abbracciare una storia americana, che è al contempo una ferita universale e un ponte tragico con il Giappone stesso.

Rodney Hicks in Mr. Nelson, Did You Kill People?
Rodney Hicks in Mr. Nelson, Did You Kill People?

Rodney Hicks in Mr. Nelson, Did You Kill People?

Naturalmente, sempre fedele al suo stile, il regista di A Snake of June e Tokyo Fist, non smette di fare ricorso agli abituali deliri visivi e sonori, alle palpitanti derive di un cinema postmoderno e schizofrenico, che in questo caso caratterizzano tanto i continui flashback di quella macelleria a cielo aperto che fu il Vietnam quanto il percorso di quest’uomo (un più che notevole Rodney Hicks nella fase adulta, Mark Merphy in quella giovanile) che continua ad essere abitato dai demoni di un passato difficilmente elaborabile. L’unico filo che lo tiene ancora legato al mondo è il dottor Daniels (Geoffrey Rush), uno psichiatra che gli offre sostegno e consulenza terapeutica.

Non c’è il tentativo di restituire una “rassicurante” parabola di redenzione, proprio perché Tsukamoto sceglie di concentrarsi non tanto sull'uomo pubblico acclamato in Giappone, ma sull'incedere febbrile nel cuore di tenebra, sulla discesa agli inferi e sull'impossibilità di uscirne indenni.

Tutta la prima parte del film, quella incentrata sul “racconto” dapprima della formazione a Okinawa e poi delle atrocità commesse in Vietnam, è di una violenza a tratti insostenibile, inesorabile. In quella parentesi nipponica del 1966 c’è già il germe del paradosso: la terra che lo accoglierà come messaggero di pace è la stessa fucina militare in cui gli Stati Uniti lo forgiano per diventare una macchina di morte.

Macchina che non tarderà a prendere “dimestichezza” con la banalità dell’orrore in quel budello di terra umida: la ricostruzione del Vietnam ripropone e amplifica la dimensione allucinatoria già sperimentata nei lavori precedenti di Tsukamoto.

La guerra non è mai spettacolo, è asfissia visiva e sonora. Come per il giovane Nelson, anche per noi spettatori è impossibile fuggire da lì. Ed è qui che quel giovane soldato assiste/partecipa all’indicibile: Tsukamoto non ci risparmia l'orrore, non stacca lo sguardo, costringendoci a osservare la mutazione di un ragazzo in carnefice, in un processo in cui la carne umana e il metallo gelido dell'M16 sembrano fondersi in una mostruosità biomeccanica della disperazione.

Rodney Hicks e Geoffrey Rush in Mr. Nelson, Did You Kill People?
Rodney Hicks e Geoffrey Rush in Mr. Nelson, Did You Kill People?

Rodney Hicks e Geoffrey Rush in Mr. Nelson, Did You Kill People?

Lo scarto narrativo e formale del film avviene nella seconda metà, quella incentrata sul ritorno in patria. L’America che riaccoglie Nelson è uno spazio alieno. Il disturbo da stress post-traumatico (PTSD) di cui soffre il protagonista viene messo in scena da Tsukamoto senza filtri, quasi come fosse una possessione demoniaca moderna.

Il montaggio si fa schizoide, le inquadrature sbilenche trasformano i quartieri urbani e le mura domestiche in estensioni della giungla vietnamita. Quel ragazzo non è più il ragazzo di prima, l’impossibilità di riadattarsi alla vita civile lo trasforma in un senzatetto, un fantasma che infesta un’America distratta e feroce, un reduce che porta sul proprio corpo le stimmate di una colpa collettiva.

Mr. Nelson, Did You Kill People?
Mr. Nelson, Did You Kill People?

Mr. Nelson, Did You Kill People?

“Perché hai ucciso tutta quella gente?”. La terapia – e con essa il cuore del film – ruota sempre più con insistenza intorno a questa domanda diretta, domanda che l’uomo in un certo senso si sente rivolgere anche all’indomani del suo ritorno in patria, da una ragazzina delle elementari: Mr. Nelson, Did You Kill People?... È la domanda di una bambina, ma è anche il tribunale della coscienza.

E la risposta è in ogni spasmo, in ogni lacrima, in ogni close-up sugli occhi del protagonista, in ogni fotogramma di questo film dilaniante, inno antimilitarista assordante – proprio come la straordinaria sequenza in cui il signor Nelson decide di raccontare la sua storia nella classe liceale del figlio – che dovrebbe essere visto da più persone possibili. Sarebbe il caso che qualcuno trovi il coraggio di distribuirlo in Italia.