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Edoardo Gabbriellini sul set de La città dei vivi - Foto Paolo Ciriello
"Dopo la complessità, la profondità dell’affresco che ha fatto Nicola Lagioia nel libro, abbiamo pensato che il modo migliore per portare sullo schermo quella storia fosse cercare un focus più stretto, più intimo, per restituire più dignità alla vittima di quell'efferato omidicio, Luca Varani".
Edoardo Gabbriellini dirige La città dei vivi, film tratto dall’omonimo romanzo-inchiesta di Nicola Lagioia (Einaudi, 2020), che ricostruisce i fatti dell’omicidio Luca Varani, avvenuto a Roma nel marzo 2016.
Lo scrittore firma anche il soggetto del film, presentato in Orizzonti a Venezia 83: “Quando ho visto il film sono rimasto molto colpito, mosso sentimentalmente per il modo in cui Edoardo ha ribaltato la prospettiva. Io ho raccontato quella vicenda più dalla prospettiva dei due assassini, Marco Prato e Manuel Foffo, cambiare il punto di vista significa illuminare quella vicenda in maniera diversa. Per me è stato come leggere il capitolo mancante del libro”, dice Lagioia.


Emanuele Maria Di Stefano e Gaia Merlonghi - Foto Paolo Ciriello
Marcano invece visita gli autori della sceneggiatura, i fratelli D’Innocenzo, che hanno tolto la firma a film ultimato: “Hanno scritto un copione bellissimo, poi come spesso accade nelle lavorazioni dei film d’autore, dove si cerca di ragionare anche su determinate fragilità, io ho applicato il mio sguardo su quello scritto, sguardo che evidentemente non hanno condiviso”, racconta Gabbriellini, che torna poi sul tono del film: “Come nel libro non ci possiamo esimere dal camminare in prossimità di quell’orrore, il nostro tentativo è stato però quello di raccontare un ragazzo che non tende necessariamente a quella cosa lì, ma vive una stagione della vita dove ci sono anche gli inciampi, inciampi che in certi casi possono condurre anche ad un avvenimento così inspiegabile”.


Emanuele Maria Di Stefano in La città dei vivi - Foto Paolo Ciriello
Ad interpretare questo “romanzo di formazione interrotto” troviamo Emanuele Maria Di Stefano nei panni di Luca Varani, Gaia Merlonghi in quelli della fidanzata Marta Gaia Sebastiani, Valerio Mastandrea e Simona Senzacqua sono i genitori di Luca e Roberta Mattei è la mamma della ragazza: “Non vengo chiamato spesso per film tratti da storie reali, ne sono anche contento perché cerco i personaggi sui copioni. Mi sembra il modo ideale per non speculare sulla realtà, sulle persone vere, nel caso specifico non conosco direttamente Giuseppe Varani”, dice Valerio Mastandrea, che aggiunge: “Il film è stato accendere delle luci dentro alcune stanze in cui i media non sono mai entrati, perché spesso questi racconti sono codificati, e ci fa pure comodo vedere le cose così. Il cinema, la letteratura servono invece proprio per entrare dentro queste stanze”.
Per Emanuele Maria Di Stefano “l’unico modo giusto per interpretare questi ruoli è cercare di mantenere un certo pudore, una specie di distanza. Credo sia vincente la scelta che ha fatto il regista, quella cioè di non concentrarsi sul fatto di cronaca, di non spettacolarizzarlo, ma di concentrarsi sui momenti di vita di questi due ragazzi, Luca e Marta Gaia. Un distacco autoriale dal fatto vero e proprio per mettere in scena l’amore che i genitori e la ragazza possono provare nei confronti di un ragazzo che improvvisamente non c’è più”.
L’esordiente Gaia Merlonghi racconta: “Quando abbiamo girato non mi sono fermata a riflettere troppo sul personaggio. Avevo 10 anni quando è avvenuto il fatto di cronaca, credo alla base di tutto ci sia un dolore. E le sfumature rendono soggettivo quel dolore. Un film così dovrebbe servire a far rendere conto di come da un momento all’altro può cambiare tutto. Spero che i ragazzi che lo vedranno si facciano un’idea di come dare più valore a certe cose. E come sia facile ritrovarsi su strade che non avremmo mai deciso di intraprendere”.
Sulla marginalizzazione narrativa dei due assassini, invece, Gabbriellini spiega: “Abbiamo delegato Foffo e Prato a due elementi del destino, come nella verità abbiamo cercato di trasmettere quell’inspiegabile, perché Luca ha risposto a quel messaggio ed è finito lì dentro, in quell’appartamento”.
In fondo, come ricorda Lagioia, “Luca Varani è un ragazzo di cui abbiamo saputo qualcosa solamente perché è stato ammazzato in quel modo lì. E il rischio dal punto di vista narrativo era che la sua vita fosse raccontata solo attraverso la sua morte. Qui invece viene raccontato in un altro modo, viene dato risalto alla quotidianità, noi non sappiamo quale sarebbe stata la vita di Varani se non fosse capitato al posto sbagliato nel momento sbagliato”.
Sul senso del titolo, tanto del romanzo quanto del film, il regista aggiunge: “La città dei vivi nel film è quella che si risveglia la mattina all’alba e riprende la sua vita, come se fossimo noi che restiamo dopo un fatto come quello”.
Per Lagioia invece “sembra un titolo benaugurante, poi a ben pensare se c’è quella dei vivi ce n’è pure una dei morti… Roma è stata raccontata in mille modi diversi, ma secondo me nessuno di noi ha un’interpretazione autentica di una città di quel tipo lì. Non è quello che la città è, ma come la città tocca le tue corde. Pensiamo a La dolce vita e Accattone, la città è la stessa ma sono anche due città completamente diverse. A seconda di come e da dove la vedi cambia tutto”.


Emanuele Maria Di Stefano e Valerio Mastandrea - Foto Lucia Iuorio
Il film, prodotto da Eagle Pictures (Roberto Proia), Cinemaundici (Olivia Musini) e Lungta Film (Maurizio Piazza, Andrea Calbucci) sarà nelle sale dall’1 ottobre, distribuito da Eagle.



