Le enormi metropoli asiatiche, pur essendo proiettate in un futuro tecnologico, nascondono una profonda solitudine periferica, in cui i giovani si rifugiano nel metaverso per costruire l'illusione di una comunità. L'opera prima del trentenne Dong Jie approda alla Mostra del Cinema di Venezia, alla Settimana della Critica, per misurare con precisione l'isolamento sociale della Generazione Z. In Zoom In, Zoom Out (titolo originale cinese Fa xian zhi lü) il regista trasforma l'ambiente metropolitano e le piattaforme in un territorio d'indagine sullo smarrimento della gioventù moderna.

Al centro del racconto troviamo Shi, uno sviluppatore di software che cerca il compagno d'appartamento Gao, dopo la sua improvvisa e misteriosa sparizione. L'unico indizio rilevante emerge dentro a un videogioco online e spinge il protagonista a collaborare con YY. I due ragazzi attraversano le strade caotiche della città reale e i mondi tridimensionali del web per ricostruire la verità. La ricerca li porta a interagire con persone e avatar provenienti da contesti sociali differenti, che comunicano unicamente attraverso gli schermi e le simmetriche architetture delle simulazioni grafiche.

L'esordio di Dong Jie è un noir sofisticato sulla percezione del vero nell'era tecnologica. Il racconto aggiorna le strutture narrative di Blow-Up di Antonioni. Entrambi i film raccontano la storia di un mistero da risolvere analizzando un’immagine, ma cambiando l'oggetto dello "zoom". In Blow-Up il protagonista scatta una foto, la stampa e la ingrandisce per capire se ha fotografato un delitto. Ma così tutto diventa sgranato e confuso. Nel film di Dong Jie, Shi fa la stessa cosa, ma al computer. Si immerge in un videogame per trovare l'amico, analizzando i singoli pixel sullo schermo.

Zoom In, Zoom Out dialoga anche con le intuizioni di Charlie Kaufman in Synedoche, New York per il continuo rispecchiamento tra simulazione virtuale e vita vissuta. Sul piano visivo (anche senza le luci al neon) il film evoca le atmosfere di Tron di Steven Lisberger, dove gli spazi informatici diventano lo specchio delle ansie, delle speranze e delle paure personali.

Dong Jie si è formato alla Beijing Film Academy e lavora da tempo come montatore. Questa sua esperienza si riflette sul montaggio, che rende quasi invisibile il passaggio tra la realtà materiale e l'universo della rete, annullando la percezione dei confini geografici e fisici tra i corpi.

Zoom In, Zoom Out evita qualunque giudizio moralistico sull'influenza dei dispositivi moderni nelle relazioni umane. Viviamo in un mondo iperconnesso, in cui l’isolamento rende difficile la ricerca di legami reali e autentici. Ma il cinema può essere un romantico punto di contatto. Buona la prima.