A Place to Heal ovvero “un posto dove guarire” è il reparto di neuropsichiatria di un ospedale pubblico ma il titolo originale del film di Cédric Kahn – in Concorso a Venezia 83 – è 15/18 e si riferisce alla fascia anagrafica dei pazienti, che sono anche i protagonisti. Focalizzandosi proprio su quell’età, Kahn inquadra un percorso di formazione che è per ovvie ragioni soprattutto un cammino verso la guarigione che ha come approdo finale l’uscita dalla struttura. Per quasi tutta la durata del film (c’è un atto finale che è rivelatorio e forse liberatorio), A Place to Heal resta dentro il microcosmo del reparto per affrontare due questioni.

La prima, più civile e sociale, fa spesso capolino in un certo cinema francese interessato al racconto della trasparenza e dell’efficienza dei servizi pubblici, dalla scuola (da La classeGuida pratica per insegnanti) alla sanità (pensiamo a Ippocrate Médecin de nuit) ma anche la politica (Alice e il sindaco). Evitando la retorica dell’eroismo quotidiano di chi sta in “trincea”, Kahn omaggia l’impegno professionale e il fattore umano di un sistema che non è un meccanismo burocratico. Non è un caso che il film si apra con l’arrivo di un nuovo, giovanissimo medico, approdato in quel reparto dopo aver lavorato con pazienti adulti: “penso possa essere più… allegro… anzi, vivace” dice candidamente, mentre i nuovi colleghi sghignazzano, forti dei tanti anni d’esperienza in quel posto.

Non è un lavoro come un altro, certo: dalla caposala che riesce a instaurare un rapporto di materna autorevolezza (gli abbracci per attutire gli attacchi di panico) al primario tanto severo quanto appassionato (interpretato dallo stesso Kahn, misuratissimo, dal colloquio con i genitori di un ragazzo che ha avuto le allucinazioni alla discussione con un paziente sul concetto di dismorfofobia), ogni membro dell’équipe medica ha trovato un proprio modo per relazionarsi con i ragazzi, in bilico tra il desiderio di non vederli mai più in ospedale e la paura che, una volta adulti, non possano più avere le stesse attenzioni e tutele. Sottotraccia, senza che prenda il sopravvento, procede il percorso del giovane medico, messo alla prova da quello che immaginava fosse un ambiente più stimolante e ritrovatosi in situazioni non sempre gestibili.

A Place to Heal
A Place to Heal

A Place to Heal

(Ad Vitam Films)

Questo perché – e qui la seconda questione – A Place to Heal si mette accanto ai pazienti, senza commiserazione né idealizzazione. All’origine c’è una forte documentazione sul campo: Kahn e la sceneggiatrice Kahina Le Querrec sono entrati nei veri reparti, hanno assistito a colloqui individuali e familiari, a laboratori di ogni tipo – eredità che nel film si vede nei momenti dedicati al teatro terapeutico e alla creatività manuale – e ai momenti di vita quotidiana. Un lavoro in profondità che ha permesso di restituire un’impressione cronachistica che in realtà esalta la cifra realistica – se non proprio iperrealistica – delle attrici e degli attori, tutti capaci di svincolarsi dal pietismo o dall’enfatizzazione.

D’altronde, A Place to Heal non indaga il privato dei sanitari – quel poco che sappiamo affiora in qualche chiacchierata – ma inquadra le vite faticose, fragili, incidentate dei ragazzi. Da Lucia, che rientra in ospedale accompagnata dalla polizia, alla più silente Eloïse, e poi Zoran che è stato praticamente abbandonato dal padre (la telefonata è struggente), Marvin che ha avuto un episodio psicotico, André che si sente nel corpo sbagliato fino ad “Hannibal” recluso in una stanza perché incontrollabile. Ed Enzo, che arriva all’improvviso, sta per diventare maggiorenne e sconvolge i delicati equilibri interni. Racconto morale che schiva il moralismo, A Place to Heal conferma lo stile asciutto e rigoroso di un regista discontinuo ma sempre coerente, come si impone dopotutto in quel finale: ogni cosa, prima o poi, può essere illuminata (con quel volto della ragazza tra la penombra e il sole di un cielo forse nuvoloso).