L’espediente è tipico, cioè raccontare una vita intera concentrandosi su un passaggio cruciale di quella stessa vita, ma l’idea prescinde la consuetudine: per raccontare “il peggior regista del cinema italiano” non si può che tornare al momento d’oro del cinema italiano, giacché quella tranche de vie determina l’autenticità di un sentimento che è la cifra di questo Il grande Boccia. Biopic corsaro e avventuroso come il suo produttore, Galliano Juso, morto prima di vedere completato il film lungamente sognato. E che Karen Di Porto – regista fuori dai giri che Juso battezzò con il lungometraggio Maria per Roma – intende giustamente come un doppio omaggio: Tanio Boccia come specchio segreto di Juso, l’arte d’arrangiarsi per vocazione e la passione nonostante i limiti.

Icona al contrario e mito negativo, irriso da Fellini in giù e definito dai più raffinati l’Ed Wood italiano, Boccia era capace di dirigere in contemporanea film impossibili con budget irrisori e dai titoli improbabili, da Sansone contro i pirati al geniale Dio non paga il sabato (peraltro prodotti da gente esperta e navigata come Luigi Rovere e Fortunato Misiano). Sempre in bolletta e dotato di un certo estro creativo per portare a casa la giornata, ostinato e appassionato, Boccia sente che il 1964 può essere l’anno della svolta e decide di sfidare se stesso preparando quattro film tutti insieme, quattro sfumature di peplum: Maciste alla corte dello Zar con venature sci-fi, il fantastico La valle dell’eco tonante, l’avventura ottomana Il dominatore del deserto, quella orientale I predoni della steppa.

Il grande Boccia
Il grande Boccia

Il grande Boccia

Senza una lira e pieno di debiti, sempre a caccia di finanziatori ma con una certa joie de vivre, Tanio Boccia non poteva sapere che nel settembre 1964 sarebbe uscito Per un pugno di dollari, una rivoluzione per il cinema di genere ma anche la mazzata finale alla carriera del grande Boccia. Un titolo apparentemente ironico ma che invece rappresenta una precisa scelta di campo: non tanto perché la regista si mette dalla parte dei loser o di chi sta ai margini delle narrazioni ufficiali, quanto piuttosto perché nel riesumare Boccia si celebra un tempo perduto, una stagione in cui Cinecittà accoglieva le macchine colossali di Fellini e le quelle arrabattate di Boccia.

Quasi film nel film, poiché nel gestire un budget modesto per un biopic in costume (circa un milione e mezzo), Di Porto sembra porsi la stessa domanda di Billy Wilder, solo che anziché “how would Lubitsch do it?” si chiede “come lo farebbe Boccia?”. Questione, in fondo, più che essenziale in un sistema, come quello del cinema italiano, in cui il budget è sempre più un tema, soprattutto quando appare eccessivo rispetto ai risultati.

Ma quello della regista non è un approccio agiografico né incardinato sul riscatto del perdente: Di Porto – che si è basata sulla sceneggiatura firmata da Massimo Gaudioso e Andrea Tufo – trova in Boccia il corpo disarmonico di un glorioso e rocambolesco titanismo romantico, contro l’omologazione e la retorica, ben incarnato da un Ricky Memphis nato per calarsi nella parte (nel cast anche Denise Tantucci, Liliana Fiorelli, Bianca Nappi, Urbano Barberini e Nino Frassica). Un’impresa temeraria e bizzarra come tutto il cinema patrocinato da Galliano Juso (qualche titolo: i film del Monnezza, W la foca, Chicken Park, Lo zio di Brooklyn, Mangia!).