Un misterioso fumo bianco sale tra le montagne della Thailandia occidentale. Sono esalazioni che fuoriescono dal ventre della terra, passano per dei grossi tubi e, a seguirli, scivolano poi dentro un teatro vuoto, spazio di mezzo che forse si scoprirà abitato. Quello che pare sapersi per certo è che “il fumo porta il contagio”, una sorta di inspiegabile malattia infettiva i cui sintomi sono il lasciare sulla pelle segni di ustioni provocati da bruciature invisibili. Per evitarne la diffusione e con l’intento di creare un parco nazionale, una squadra di guardie forestali, a metà tra ripulitori e sanificatori armati di grossi mitra, vieta l’accesso all’area, compie arresti in maniera arbitraria e scaccia chi vuole restare con i piedi nella sua terra.

Bastano pochi giri di orologio per intuire odor di metafora in The Burning Giants, il film con cui il regista thailandese Phuttiphong Aroonpheng torna nel concorso di Orizzonti a Venezia 83, dopo che nel 2018 aveva vinto sempre in questa sezione il premio al miglior film con il suo lungometraggio d’esordio, Manta Ray.

Muovendosi nel bucolico turbato delle comunità rurali e digredendo poi fin nel caos urbano di Bangkok, Aroonpheng traccia il giro di vite attorcigliate attorno al destino di un uomo di etnia Karen, che viene arrestato nel cuore della giungla e condotto in un centro di quarantena. Lo spunto è vagamente ispirato da un fatto reale – quello di un attivista scomparso dopo essersi opposto allo sgombero forzato del suo villaggio – e da lì il regista interroga i buchi neri della coscienza di un Paese e dei martiri che quest’ultimo è disposto a compiere in nome del progresso.

Ma il polso del racconto è debole e fin troppo vacuo attorno ai personaggi, le cui vicende si perdono nell’evocativo e nel misterico della giungla nella e sulla quale il regista indugia. Che così si ritrovano private di forza quando The Burning Giants si slancia con vertigine in un passato mitologico – Aroonpheng si rifà all’antico poema epico Rāmāyaṇa, uno dei più antichi e influenti dell’induismo – e da lì mescola i piani del reale e della leggenda, dell’ora, del prima e del domani.

Con la gamba un po’ corta per fare un passo deciso tra l’incombente delle ragion di stato e il sospirante di chi le subisce sul proprio corpo, l’intento è evidente: tracciare un parallelo tra le lotte di resistenza degli abitanti e quelle di una epurazione razziale che fa da ancestrale e mitologico peccato originale. Nell’ultimo terzo di The Burning Giants il regista insegue infatti uno scarto di grande fascino. Dalla ferita inferta dalla colpa del presente, il film sprofonda nella cortina spiritica di una rievocazione – torna quel teatro misterioso… – che fonde lo spaziotempo e lo ascrive alla ricorsività dell’oppressione.

Il risultato affascina nonostante non sia particolarmente organico, con un esito infine frammentario e disperso in diversi punti di vista, che diluiscono la tenuta del fronte emotivo e fanno scattare in maniera un po’ troppo comandata sul testo gli snodi di associazione riflessiva.