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Jack O'Connell in Ink di Danny Boyle
Ancora una volta, l'ennesima, il cinema dialoga con il mondo della carta stampata. La storia in questione è quella del Sun, appena acquistato alla fine degli anni 60 dal magnate australiano Rupert Murdoch (Guy Pearce), che decide di affidarne la direzione a Larry Lamb (Jack O'Connell). Considerato "la barzelletta di Fleet Street" (l'iconica via londinese dove avevano sede tutte le più grandi testate d'Inghilterra), quel quotidiano divenne nel giro di poco tempo il tabloid più letto al mondo.
Non si trasformerà in un cult come Trainspotting (d'altronde 30 anni fa era anche un altro mondo...) ma Ink sembra riavvicinare Danny Boyle a quella tipologia di cinema frenetico, irriverente ed elettrizzante che lo ha reso celebre.
Non che nel corso della carriera il regista britannico non abbia messo a segno altri notevoli colpi, il recentissimo 28 anni dopo lo conferma, per non parlare del biopic su Steve Jobs di una decina d'anni fa (il film che gli valse l'Oscar, The Millionaire, resta invece tra quelli più sopravvalutati), ma stavolta le stimmate del (quasi) capolavoro sono evidenti sin dalla prima sequenza, quella all'interno del Rules, il più antico ristorante di Londra, con Murdoch intento ad ingaggiare il restio Lamb.


In un testa a testa dialettico che rende sin da subito quale e quanta importanza avrà il montaggio di Fin Oates, il giornalista ribalta inizialmente la situazione, illustra al suo futuro "padrone" quali dovrebbero essere i pilastri del mestiere (“educare, chiarire, informare”), con l’altro che cerca invece di convincerlo ad immaginare un nuovo corso, più aperto all’intrattenimento e all’andare incontro “realmente” agli interessi dei lettori.
È l’inizio di un duello mefistofelico e complementare tra due interpreti in stato di grazia: Guy Pearce è un Murdoch luciferino e sornione, una figura quasi astratta nella sua glaciale visione sistemica (“it’s business”...), distante dalla semplice e banale caricatura, uomo che anticipò la metamorfosi dell'informazione in puro consumo.
Di contralto Jack O’Connell (che per Boyle è già stato il “satanico” Jimmy Crystal di 28 anni dopo e soprattutto nel successivo Tempio delle ossa diretto da Nia DaCosta) è il contrappunto corporale ed energetico, un uragano di carne, sudore e fiuto popolare (bellissima la scena in cui raduna il suo team chiedendo a ciascuno quali siano le loro passioni, imbastendo così la linea editoriale e le relative rubriche del giornale). L’attore regala a Lamb una disperata fame di rivalsa, incarnando perfettamente l'uomo che, pur di sconfiggere l'establishment del Daily Mirror, decide di spalancare le porte all'inconsistenza dello scalpello sensationalist (con tanto di nascita dell'iconica Page 3, quella con le gigantografie delle donne in topless...).


Boyle prende in mano l’omonima pièce di James Graham (anche sceneggiatore del film), meccanismo teatrale perfetto nonché girandola di cinismo e fame di potere: il ritmo è forsennato (al netto di una leggera flessione nell’ultima parte, quella relativa al rapimento di Muriel McKay, la moglie di Alick McKay, alto dirigente di News Limited e vice di Murdoch), la narrazione tagliente e l’utilizzo di immagini e filmati d’archivio funzionale per alimentare quest’immersione totale in un’epoca – quella che ha coinciso con il primo allunaggio… – che il film sa restituire con credibilità e grande senso dell’umorismo, trasformandosi quasi in un heist-movie etico dove la refurtiva non sono i soldi, ma l’attenzione famelica delle masse.


E Boyle è bravo a non giudicare apertamente la deriva populista del Sun (a farlo semmai è il personaggio della redattrice interpretata da una sempre ottima Claire Foy...), mostrandone la genesi irresistibile e quasi gioiosa, lasciando allo spettatore l'amaro in bocca nel riconoscere, in quei fogli di carta scandalistici, il germe esatto dei nostri attuali feed e algoritmi.
Perché quella metamorfosi, forse, non ha semplicemente cambiato il giornalismo, ma ha cambiato per sempre il nostro modo di guardare al mondo.



