“Non parlo di Ciak con distacco, per me è stata una storia di vita, la cosa più bella che ho fatto e che ho costruito con una squadra. Me ne sono andata quando non era più possibile fare il direttore e il giornalista nel modo in cui io intendevo si potesse fare. Ma questo fa parte della vita”.
Piera Detassis arriva al Lido pochi giorni dopo lo stop alle pubblicazioni della rivista che ha diretto per oltre vent'anni, e nella stessa settimana in cui la Mostra si apre con un film sulla degenerazione dell'informazione, Ink di Danny Boyle. “Non credo che oggi si debba aprire un dibattito e piangere. Vengo da una famiglia di linotipisti, immagina che cosa ho provato alla proiezione di Ink, quando ho visto il banco sacro del piombo, quello dove l'editore non poteva mettere mano. È una mitologia bellissima. Ma la nostalgia non ci fa bene”.
Torna ospite di Che Spettacolo, un anno dopo la puntata sui grandi film del passato. Nel frattempo, sono finiti i suoi due mandati alla guida dell'Accademia del Cinema Italiano, otto anni e cinque edizioni dei David di Donatello dopo essere stata la prima donna a presiederli.

Come stai? Otto anni sono otto anni.

Otto anni sono due mandati, e sulla carta altri non ne potevo fare. Oggi ti dico che ho passato un'estate meravigliosa. Nuotando, nuotando, nuotando. Tavolara, Locarno, la mattina e la sera. Molto libera. E smaltendo le tossine che inevitabilmente si accumulano nella parte finale di un mandato, quando le cose si incartano.

Non voglio farti fare un bilancio, i fatti sono oggettivi: la giuria, la membership, la rappresentanza femminile. Ti chiedo invece cosa è cambiato dal 2018, quando eri “la prima donna alla guida del David”.

Allora c’era un consiglio direttivo, dodici persone, tutti uomini. Bellissime persone, per carità, ma ancora ignare della parità di genere come elemento centrale del problema. Feci notare che non si poteva stare in dodici uomini, e non ero l'unica a dirlo, lo dicevano anche altri consiglieri. Mi fu risposto: ma non è vero, tu sei una donna. Ecco, il tema non era stato capito. Poi abbiamo provveduto, c'è anche chi ha sacrificato la propria presenza per far entrare una rappresentanza femminile. Ma il fatto che nessuno si rendesse conto che dodici a uno fosse impraticabile, oggi diremmo fuori legge, era sorprendente.

Qui alla Mostra siamo a due donne su ventuno registi in concorso.

Di cui una co-regista. Qualcosa si è mosso, perché abbiamo smosso le acque, ma la resistenza resta tremenda. Forse perché gli uomini fanno le istituzioni e le istituzioni tendono a nascondere. Però anche sulla nuova governance del David il tema del cinquanta e cinquanta se lo stanno ponendo. Qualcuno, a un certo punto, comincia a porselo.

Quota è una parola che ti piace?

Detesto usarla. Non voglio essere una quota né rappresentare una quota. Voglio il giusto. E il giusto è considerare la partecipazione delle donne nella percentuale corretta di una cultura, di un paese, di un mondo che su quel lavoro vive: sulla percentuale di donne che lavorano, che fanno, che brigano, che curano. Molto spesso le donne che lavorano non si vedono, non sono in prima linea.

Al vertice, però, il cambiamento c'è stato. Presidente del Consiglio donna, sottosegretaria al cinema donna, Presidente uscente dell'Accademia dei David donna…

È vero. Ma non basta. Credo che nel futuro il tema uscirà più forte, anche nel dibattito. Le associazioni, l'assemblea di cui faccio parte, oltre trecento professioniste rappresentate, stanno combattendo molto su questo piano. Ed è una realtà difficile da far assorbire: ti rispondono che non è una questione di quote, è una questione di qualità.

Stai citando Alberto Barbera.

Cito Alberto perché è un grande direttore e perché su questo ha risposto. Ma la domanda è: alla qualità come ci arrivi? Io non credo che le registe abbiano le stesse opportunità in partenza. Non credo affatto che abbiano la stessa fiducia da parte dell'industria. Si vede nel passaggio tra opera prima e opera seconda: nell'ultima edizione dei David quattro registe su cinque nella cinquina dell'opera prima, poi si perdono. L'opera prima ha un costo più basso ed è più semplice da far partire, la seconda è più ambiziosa e le maglie si stringono. In Francia leggevo di una proposta di riforma per cui non basta la premialità nei finanziamenti a chi costruisce una troupe femminile: ci deve essere anche una multa se non raggiungi l'obiettivo. Tutto è in movimento. E domani sera consegniamo con Elle la prima edizione di Elle Women in Venice, sette professioniste italiane e internazionali. Anche quello è un segnale.

La battuta che gira è che per sostituirti abbiano dovuto prendere tre persone: Silvia Calandrelli presidente, Gian Luca Farinelli direttore artistico e un presidente onorario che si chiama Martin Scorsese.

La battuta non l'avevo ancora sentita, ma la prendo come un onore. Vuol dire che la squadra del David, non io da sola, in questi anni ha reso il premio più forte, più visibile, più competitivo e più appetibile. Lo sdoppiamento ai vertici e la scelta del presidente onorario li leggo come un riconoscimento.

Ti pizzico però sulla polemica. Gli autori si sono sentiti esclusi dalla concertazione sulla nomina di Calandrelli, e sostengono che il nuovo statuto non preveda più la loro rappresentanza negli organi decisionali.

Non è vero. Lo statuto che io e l’intero consiglio abbiamo votato prima della fine del mandato prevede per la prima volta la giuria come vero e proprio organo della fondazione: prima non era così. E prevede una commissione artistica composta da venticinque rappresentanti del cinema, in parte designati dalle associazioni e in parte eletti all'interno della giuria. Se vuoi candidarti, ti candidi e ti fai votare. Accetto la critica, che peraltro non credo fosse rivolta direttamente a noi ma a tutto il movimento che c'è stato. Ma quello che abbiamo pensato con il cambio di statuto è esattamente il contrario: una forma di democrazia e di partecipazione maggiore.

Il cinema italiano che lasci come lo vedi?

Sono molto felice dell'ultima edizione. Felice del premio a Le città di pianura, un film che è anche andato benissimo in sala, e del David a Gioia mia, che partiva ancora più piccolo. Il cinema italiano ha dato un segnale di cinema indipendente, fuori dalle strade e dalle città consuete. Poi qualcuno è contento e qualcuno no, e so bene che c'erano altri film che meritavano. Nella stretta finale qualcosa viene sempre sacrificato, a volte troppo. Ma il compito del David è sottolineare i nuovi talenti e farli emergere. E no, non votavo: il voto non era mio, come tutti pensavano. Adesso però voterò e la quota associativa la pagherò anch'io.

Mereghetti oggi lamenta la mancanza di coraggio del nostro cinema di fronte alle grandi crisi del presente. Un cinema ripiegato, privato, familiare. Prudente.

L'altra sera abbiamo riso proprio con Mereghetti mentre intervistavamo un attore molto noto che ci raccontava il suo prossimo film. Era sulla famiglia disfunzionale. Gli abbiamo detto no, in coro: la famiglia disfunzionale è ormai la seconda riga di ogni trama che leggi nel cinema italiano. Detto questo, la famiglia è un tema centrale della nostra cultura, non riusciamo a togliercela di dosso. Abbiamo la Chiesa, abbiamo la drammaticità dei fatti di casa nostra, che ci restano più vicini delle guerre e dei conflitti, che ancora non riusciamo a percepire come elemento narrativo forte per il paese. Quest'anno però ci sono scelte divergenti rispetto al cinema italiano più classico, e vedremo se anche il modello del genere funziona.

L'estate ha fatto numeri straordinari su quattro o cinque titoli hollywoodiani, nel vuoto quasi totale di proposte italiane. E i dati dicono che a trainare sono stati i giovani, la fascia 14-25 in aumento del nove per cento rispetto al pre-pandemia. Abbiamo un cinema pronto a incontrare quel pubblico?

Dipende molto da quanto riusciamo a uscire dalle nostre convenzioni narrative. Una volta si diceva due camere e cucina, oggi diciamo due camere e una famiglia, o una coppia. Se usciamo di lì e cominciamo a raccontare una realtà più complessa, il pubblico nuovo lo incontri. Ho l'impressione però che sia il paese a essere complesso e a disagio. Il silenzio di cui parli è generale: non sappiamo che cosa dire, perché qualsiasi cosa si dica diventa oggetto e motivo di scontro, e viene interpretata in modo polarizzante.

E allora torniamo al mestiere. Il film d'apertura di questa Mostra è un film sulla degenerazione dell'informazione. Non è chiaro se sia stata l'opinione pubblica a degenerare per prima e il giornalismo l'abbia rincorsa, o se sia stato il giornalismo ad accelerare il processo.

Probabilmente tutte e due le cose. E comunque siamo qui: nell'epoca dei social, nell'epoca dell'intelligenza artificiale, nell'epoca in cui chiudono le riviste di settore e i quotidiani perdono copie. È una fotografia oggettiva.

Fotografia oggettiva, e un gran peccato.

Un grandissimo peccato. Ma nella mia vita si sono chiuse tante cose e tanto si è aperto. Ti possono licenziare, fa parte del rapporto di fiducia fra direttore ed editore. Io credo che informazione oggi si possa fare, a patto di trovare la soluzione economica e quindi il punto di stabilità. La scrittura resta la forma alta, la forma dell'autorevolezza, il marchio definitivo: se un fatto è importante, lo vedi sulla carta. Ma è il resto che circola. La carta oggi è un pdf che poi finisce sui social. Purtroppo è così.

Una rivista di carta, se mai ne esisterà ancora una, che cosa dovrebbe fare?

Quello che i social non fanno. Un luogo verticale di approfondimento. Perché oggi il cinema lo si apprende attraverso i social, i siti, gli strumenti nuovi, e le ricerche sul pubblico giovane lo dicono chiaramente. Prendiamone atto.

Rimani ottimista?

Sono ottimista, sì. Se un lavoro ti piace lo fai, e non puoi piangerti addosso più di tanto: siamo dei privilegiati. È tutto cambiato, certo. Ma bisogna incoraggiare i ragazzi a fare quello che vogliono e a perseguirlo. Io ho amato Ink, ho pianto su tante cose. È un atteggiamento nostalgico e inutile, e non ci fa bene.

Non ti chiedo chi vince il Leone d'oro.

E fai bene. Anche se l'avessimo giocato.