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Vicky Krieps, Cate Blanchett e Charlotte Rampling in Father Mother Sister Brother
Tre episodi, tre nazioni, tre famiglie. Tre storie lontane tra loro, che non hanno punti in comune se non alcune corrispondenze senza una reale spiegazione: la foto di una giovane Charlotte Rampling, un certo zio Bob, l’involontario accordo sui cromatismi degli abiti, Desolandia, una discussione sui brindisi, un Rolex che forse Rolex non è così via. Sono tracce che ci dicono che dietro questi tre quadretti c’è lo stesso regista, Jim Jarmusch, che con Father Mother Sister Brother (in Concorso a Venezia 82) torna a comporre un’antologia di short stories legate da sentimenti comuni.
Nella prima, Father, ambientata nel nord-est degli Stati Uniti due figli fanno visita al padre che pare sia rimasto traumatizzato dalla recente morte della moglie. Nella seconda, Mother, a Dublino, una madre accoglie le due figlie per il loro annuale te con pasticcini. Nella terza, Sister Brother, fratello e sorella di origini americane si ritrovano nell’appartamento parigini ormai vuoto dove sono cresciuti con i genitori ormai scomparsi. Sono tre variazioni dello stesso tema: le reticenze nella vita familiare, le cose che ci nascondiamo per ragioni forse impenetrabili, i non-detti che restano tali per abitudine, le assenze che ingombrano quanto le presenze.


Tom Waits in Father Mother Sister Brother
(Frederick Elmes / Vague Notion)È la quintessenza del cinema di Jarmusch, Father Mother Sister Brother, forse perfino la sua maniera, che per modi e gesti, inquadrature e umori, sembra pensato soprattutto per avvicinarsi a un nuovo pubblico di cinefili, per rassicurare chi cova una certa nostalgia per il suo minimalismo pacato e ironico. Un film composto da tre incontri, due dei quali abitati da personaggi non sanno bene che dirsi, non sanno di che parlare, forse nemmeno si conoscono davvero e chissà pure se hanno mai avuto voglia di conoscersi.
Sono i primi due frammenti del trittico: il primo, interpretato mirabilmente da Tom Waits, Adam Driver e Mayim Bialik, si avvale di ottimi tempi comici fondati sull’impaccio e sull’imbarazzo e si esalta in un twist finale di sorprendente e perfino delizioso nel suo cinismo; il secondo, dominato con grazia sorniona da Charlotte Rampling, Cate Blanchett e Vicky Krieps, è un acido e malinconico trattato sull’incomunicabilità tra genitori e figli e tra sorelle, l’incapacità di attendere ai desideri altrui, la paura di deludere che si riflette in una gentilezza dai tratti passivo-aggressivi.


Luka Sabbat e Indya Moore in Father Mother Sister Brother
(Carole Bethuel / Vague Notion)Il terzo, invece, gioca in un altro campionato, un po’ perché i protagonisti sono meno “riconosciuti” e “riconoscibili” (Indya Moore e Luka Sabbat) e un po’ perché sceglie un approccio in un certo senso più autentico, con la dolcezza umbratile di questa elaborazione del lutto che passa attraverso la separazione dalle cose e dai luoghi e la scoperta di informazioni che danno una nuova luce a chi ormai vive solo nella memoria.
È un episodio dilatato e forse distonico rispetto agli altri due, che rischia perfino di girare un po’ a vuoto per come si sente stretto negli spazi e nei tempi di un cortometraggio, ma è l’impressione che percorre tutto questo film che non sempre trova una singolarità nella pluralità, comunque coerente e piacevolmente intimo benché a tratti chirurgico e lezioso.