Kalbinur Sidik non è la protagonista di Eyes of the Machine: Kalbinur Sidik è Eyes of the Machine. Il motivo è semplice: il film non può esistere senza di lei. Non perché la storia che racconta non sia importante a prescindere da lei, ma proprio perché la storia che racconta è incarnata da lei stessa. Sidik ne è la vittima e la testimone, con la sua voce ferma e straziata, la sua presenza che occupa lo spazio come un’icona, con il suo volto che è la mappa di un dolore infinito.

Di origini uzbeke, Sidik è nata a Urumqi, nel Turkestan orientale, un territorio autonomo nel Nord-ovest della Cina, alla quale appartiene dal 1949, dove vivono numerose minoranze etniche, tra cui gli uiguri turchi. Le autorità cinesi perseguitano da sempre questi gruppi, poiché temono che i movimenti separatisti possano mettere in pericolo l’unità. Sidik è stata un’insegnante di mandarino, una madre di famiglia, una donna tranquilla. Fino al 2016, quando la regione uigura è passata sotto il controllo di Chen Quanguo, ex governatore della provincia del Tibet. Sidik è stata deportata nei campi di concentramento (definiti centri di “trasformazione attraverso l’istruzione” o “formazione attitudinale”) per insegnare il mandarino agli uiguri, assistendo a costanti violazioni dei diritti umani, torture e violenze sessuali contro i detenuti.

Nonostante le minacce, le molestie e gli abusi, Sidik ha deciso di parlare, denunciando le atrocità commesse del governo cinese. Le è stato concesso di recarsi nei Paesi Bassi, dove vive la figlia, per ricevere cure mediche e lì chiese asilo, mentre suo marito è rimasto bloccato in patria, sottomesso alle autorità e infine scomparso senza lasciare traccia. Da sopravvissuta, Sidik è diventata un’attivista riconosciuta a livello internazionale, che si batte contro le violazioni dei diritti umani subite dalle minoranze etniche e religiose in Cina.

Eyes of the Machine nasce dall’incontro tra Sidik e Daya Cohen, un artista visiva olandese che da sempre esplora i temi relativi alla propaganda dei sistemi autoritari e alla psicologia di massa, esplorando le dinamiche che riguardano l’insorgenza della paura verso l’altro. Dopo alcuni cortometraggi presentati in festival come la Berlinale e l’IDFA ed esposti in sedi prestigiose come il Centre Pompidou e il MoMA di Mosca, Cohen ha debuttato nel lungometraggio proprio con Eyes of the Machine. Scelta coerente e doverosa, giacché Sidik si impegna a combattere la macchina propagandistica della Repubblica popolare cinese mettendo in campo la propria esperienza, non solo attraverso una forma di resistenza orale ma anche con foto private, messaggi intercettati, dati open source, media statali.

Pulizia etnica tra le meno narrate, quella degli uiguri turchi, che trova una sua potenza civile, politica, umana e umanitaria grazie a Sidik, i cui occhi inondati di tristezza e rimpianto ci dicono che, forse, ha fatto i conti con l’improbabilità di vedere la famiglia riunita. Ma, proprio per dare un senso a quel trauma, non può tacere su un sistema che controlla e sorveglia ogni movimento dei cittadini (le telecamere di sicurezza che tracciano e “prendono la mira”), ne reprime il desiderio d’emancipazione bollandolo come estremismo, obbliga le famiglie ad ospitare membri del partito nelle proprie case e impedisce ai genitori uiguri di tornare in Cina per prendersi cura dei propri figli e hanno reso quasi impossibile ai loro figli lasciare la Cina per riunirsi con loro all’estero.

Senza sensazionalismi né retorica, Eyes of the Machine dà voce a Sidik e svela i meccanismi dell’oppressione, riuscendo sia a inquadrare quelli legati alla situazione specifica sia a rappresentare qualcosa di più tragicamente universale. Un film di pura testimonianza in cui Cohen si mette a disposizione di Sidik e costruisce un atto di resistenza rivendicando la differenza tra lo sguardo umano e umanista e gli occhi della macchina citati dal titolo. Presentato al XIX Pordendone Docs Fest, dove ha ricevuto il premio Images of Courage, dedicato a chi utilizza il cinema come strumento di testimonianza e difesa dei diritti umani.