Sul tema delle agenzie che forniscono relazioni umane a pagamento abbiamo visto un finto documentario (Family Romance, LLC di Werner Herzog, gioco metalinguistico sul concetto di finzione) e un dramedy più popolare (Rental Family di Hikari), due storie ambientate in quel Giappone in cui sono fioriti questi servizi un po’ inquietanti e un po’ struggenti. Per la sua opera prima di finzione, la svizzera Jacqueline Zünd parte da quello spunto per interrogare questioni che appartengono all’umanità intera e non solo al contesto nipponico. Di più: Zünd usa il concetto della rental family per inquadrare lo spaesamento di un continente, quello europeo, troppo disomogeneo nelle identità e negli obiettivi per essere restituito nella sua interezza eppure dominato da un’angoscia comune che attraversa tutte le sue diverse anime.

È difficile se non impossibile dire se esista o no un cinema europeo ma Don’t Let the Sun sembra incaricarsi di questa domanda collocandosi al di là del realismo, elevando l’orrore della solitudine ad allegoria distopica con tensione esistenziale, portando all’estremo la minaccia di quel senso della fine che ossessiona tanto gli ecoansiosi quanto coloro che abitano il malessere del vivere. È il contesto, infatti, a determinare il “sentimento del tempo” del film: una Milano riconoscibile nei suoi luoghi – i personaggi abitano gli spazi urbani di Carlo Aymonino e Aldo Rossi (il complesso residenziale Monte Amiata, paradigma del “frammentismo”, nel quartiere Gallaratese) – ma spogliata della sua umanità, una città che è referente simbolico di un paesaggio interiore.

Don't Let the Sun
Don't Let the Sun

Don't Let the Sun

(Lomotion)

Ma soprattutto una Milano che è sineddoche della fine, giacché il riscaldamento della Terra è arrivato a un punto tale che le condizioni estreme hanno reso impossibile vivere alla luce del sole. Il parallelismo è servito: mentre la temperatura sfiora i cinquanta gradi, il clima emotivo è prossimo allo zero, l’intimità ai minimi termini, l’alienazione una componente essenziale (decisivo il contributo della fotografia opaca di Nikolai von Graevenitz).

Da qui Zünd porta in dote l’attenzione, la misura, l’empatia esercitate nelle sue esperienze nel cinema del reale seguendo il giovane impiegato di un’agenzia che fornisce relazioni umane su richiesta (l’ottimo georgiano Levan Gelbakhiani, già rivelazione di And Then We Danced, premiato per questo ruolo a Locarno 78 nella sezione Cineasti del presente). Talmente disincarnato da non provare alcuna fatica nel vivere le vite degli altri, si scuote quando deve interpretare il ruolo del padre di una bambina. È questo rapporto evidentemente finzionale a veicolare un certo grado di autenticità a Don’t Let the Sun: un uomo abituato a non essere se stesso si scopre vulnerabile grazie – o causa di – una bambina che con la sua sola esistenza mette il dito nella piaga del dolore.

Don’t Let the Sun
Don’t Let the Sun

Don’t Let the Sun

(Lomotion)

Laconico e tormentato, suggestivo senza strafare e denso di immagini simboliche (i corpi separati dai vetri, le scale intrecciate, gli uccelli, perfino qualche omaggio giapponese tra cibi e luci), il film di Zünd arriva con il fiato un po’ corto nella seconda parte ma squaderna la fragilità del nostro tempo riflettendo sull’inconciliabilità tra il bisogno del calore umano e l’evidenza del calore climatico, sulle vertigini orizzontali degli spazi vuoti, sui silenzi che costruiscono relazioni. Il carattere esplicitamente metaforico gli permette di suggerire anche altre inquietudini, dall’incubo pandemico ben presente nell’isolamento, nella paura e nelle reazioni (gli incontri notturni, un po’ danza e un po’ lotta, che per il protagonista sono sfoghi e straniamenti) allo scarto tra liquidità digitale e materialità corporea (siamo noi stessi anche quando fingiamo di essere altre persone?). Ma a imporsi è sempre l’esigenza, anzi la disperata necessità, di restare umani mentre il mondo brucia.