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La luce, quella che rivela senza giudicare, il regista Ryan White la cerca da sempre. Ma in Come See Me in the Good Light, premiato al Sundance e oggi candidato agli Oscar, sembra finalmente trovarla nel punto più fragile dell’esistenza: l’ultimo tratto di vita della poetessa e attivista Andrea Gibson, accompagnata dalla moglie Megan Falley.
Non è un film sul tramonto, ma sulla tenacia dell’amore, su quella risata che resiste quando tutto si incrina. C’è uno spirito crepuscolare, ma che non prende mai il sopravvento. È il sorriso a riempire le inquadrature. White non realizza la cronaca di una fine, ma cattura l’amore che dà la forza di resistere.
L’occhio della sua cinepresa non è quello di un osservatore, ma di chi siede accanto. Non spia, ma partecipa. Non riprende, ma ascolta. White dipinge un ritratto intimista e allo stesso tempo rispettoso della vitalità di Gibson, nonostante il progressivo decadimento fisico. Nei suoi lavori precedenti aveva privilegiato l’oggettività, l’equilibrio formale, dal rigore investigativo di The Keepers, all’entusiasmo tra le stelle di Good Night Oppy. In Come See Me in the Good Light invece decide di esporsi, lascia entrare l’imprevisto, il tremore, la quotidianità che vacilla.
La storia decolla nelle piccole cose: un pasto condiviso, un controllo medico, un gesto accorato. La poesia attraversa il racconto come una corrente sotterranea. Gibson legge, ricorda, intreccia versi e memoria. Le parole diventano la colonna portante del film, non un orpello. La relazione tra Andrea Gibson e Megan Falley è descritta come un patto di sopravvivenza reciproca, una danza che alterna crolli e momenti più spensierati.
White, da sempre attento a rappresentare le comunità marginalizzate, qui firma il suo lavoro più politico, pur senza trincerarsi dietro a una tesi. Firma così il suo film più maturo, con un equilibrio delicato tra dolore e ironia. Come See Me in the Good Light non ha paura di affrontare la morte, perché riconosce che è solo nella piena esposizione alla luce, anche a quella più crudele, che la vita rivela finalmente la propria verità. Un’espressione del viso, un sospiro spiegano ciò che l’immagine da sola non può contenere.
Come See Me in the Good Light è un cinema che non cerca di interpretare il mondo, ma di abitarlo. Non chiede lacrime, ma attenzione. Non invita alla pietà, ma alla vicinanza. Nel volto di Gibson, nella sua voce che continua a vibrare mentre il corpo cede, White trova finalmente la luccicanza all’interno dell’essere umano. Ed è proprio per questo che Come See Me in the Good Light riesce a brillare.
