Ultimamente stiamo assistendo a un fenomeno di risveglio della riflessione sull’argomento della fede e della religiosità nella narrazione di un certo cinema d’autore europeo. È il caso di Los domingos di Alauda Ruiz de Azúa, regista spagnola che sta confermando la gran forma della sua vena stilistica con un’altra opera a cui in Spagna sono stati assegnati cinque dei principali dei Premi Goya. Un film in uscita nelle sale italiane quasi in contemporanea con l’ultimo lavoro di Pierfrancesco Diliberto, conosciuto con il nome di Pif, che ci ha già regalato un piccolo capolavoro di satira politica e sociale con La mafia uccide solo d’estate (2013).

Anche in quest’ultimo film del regista siciliano, l’argomento della fede, con le sue esigenze e le sue implicanze, si dipana come filo narrativo. Pare che quando Diliberto ha iniziato a scrivere il romanzo …che Dio perdona a tutti lo abbia subito concepito come una storia da cui trarre un possibile film. Non solo, ha pure detto che la storia – e su questo possiamo togliere il dubbio, visto che a dichiararlo è lo stesso autore – gli è stata ispirata da Papa Francesco (“Santità, lo sto facendo per colpa sua!”), che è poi diventato uno dei personaggi chiave della storia: il consulente che aiuta due mondi a incontrarsi, ad attrarsi e a realizzare uno dei bisogni più grandi che l’essere umano sperimenta: l’amore.

Dal romanzo è venuto fuori un film leggero, divertente, che emoziona e fa riflettere, scaturito dalla creatività di un agnostico, ma originata dalla massima autorità dei cattolici: un Papa. “Chi ha sbagliato strada? La pecorella smarita o le altre novantanove?”: è la domanda che apre il film ed è una delle sue chiavi di lettura più importanti.

Pif nel backstage di ...che Dio perdona a tutti@Valentina Glorioso
Pif nel backstage di ...che Dio perdona a tutti@Valentina Glorioso

Pif nel backstage di ...che Dio perdona a tutti@Valentina Glorioso

1982. Arturo, il protagonista, ha dieci anni ed è convinto che grazie a una preghiera sincera e fervorosa riuscirà a ottenere il miracolo della vittoria dell’Italia di Pablito Rossi sul Brasile di Cerezo e Falcao. Il dubbio di una sovrumana “ingiustizia” gli fa perdere definitivamente la fede: perché la sua preghiera, e non quella di un coetaneo altrettanto credente e fervoroso come lui, ha ottenuto il favore della divina volontà? Perché questa “disparità”? Arriva così a maturare la convinzione che solo i dolci, e in particolare quelli siciliani, sono l’unica via per conquistare il paradiso vero.

Oggi, poco più di quarant’anni dopo, Arturo è un brillante agente immobiliare, la schiappa della squadra di calcetto (copre il ruolo di portiere perché nessuno vuole farlo) della agenzia per la quale lavora (di cui è proprietario l’amico Tommaso), e a tempo perso un influencer competente grazie alla straordinaria conoscenza per le prelibatezze della pasticceria siciliana. Le due circostanze gli consentono di conoscere Flora che di mestiere fa la pasticcera. Abilità ereditata da una dinastia di famosi pasticceri palermitani e raffinata da maîtres pâtissiers parigini. Per lei trova un locale adeguato e un nome consono. E soprattutto trova quell’amore che aveva sublimato nella ricotta, rigorosamente siciliana, di cannoli, cassate e sciù. Una folgorazione che fa nascere qualcosa di inedito nella sua vita di scapolo adulto un po' imbranato, ma gentile.

“L’amore è un miracolo di Dio. Ci dà degli occhi nuovi” dice Flora che è credente; e ciò è un duro colpo per l’agnostico Arturo che deve dare prova di ciò che non è ricorrendo alla menzogna: non vuole perderla. Ma senza Dio non si va lontano, dichiara la ragazza. Una serie di gag divertenti documenta la volontà di Arturo che, per non perderla, si sottopone a varie prove che dimostrino la sua fede inesistente. D’altra parte, …Dio perdona a tutti, e il non cedere al senso di colpa è il core business del cattolicesimo. Mentire però è tradire, è mancare di fiducia. E scoprirlo delude e allontana. Arturo non si arrende, e combatte per la riconquista.

gloriosovalentina77@gmail.com
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In ciò continua ad assisterlo un mentore di classe: il Papa. E non un papa qualsiasi, ma Papa Francesco “in carne e ossa”; non il prodotto di un’allucinazione da picco glicemico, ma il Pontefice seduto sul divano di casa. Dal confessionale il luogo del colloquio si sposta a casa propria, e dove non si fanno più citazioni e riferimenti autoriali sbagliati e da correggere puntualmente. “Tu fino adesso hai scelto di fingere di essere cristiano”. Perché non ci provi veramente. Io sono qui per aiutarti. Una guida di tale spessore non può che produrre la “conversione” del protagonista, ma in una direzione che sconvolge perché troppo esigente e al limite dell’intransigenza. “A Gesù non servono cristiani tiepidi… cristiani a intermittenza”. Arturo con la sua ritrovata cristianità scuote tutti dall’ipocrisia di una fede di facciata. La reazione di amici e conoscenti è visibilmente sconcertata.

Nel film, la verità supera lo stesso concetto di parresia accrescendolo fino a renderlo disturbante. Ma in questa provocazione, esagerata dallo stile narrativo con cui è intessuta la trama del film, raggiunge un climax quasi paradossale e surreale. La coerenza, e non la facciata, può essere fastidiosa. Ma è il valore che rende credibile la testimonianza di chi ha fede, sembra dire il regista. L’esperienza però suggerisce che ci vuole quella sapienza del cuore che ammorbidisce e rende piacevole, come i pasticcini, le esigenze della fede che hanno bisogno di essere addolcite dalla ragionevolezza e dalla epicheia, per non rivelarsi dure, rigide e insensibili. Il cuore è un “luogo” allegorico per Papa Francesco, così come i dolci lo sono per Pif.

Perciò svolgono un ruolo metaforico in questo film, inquadrati e illuminati come capolavori di arte pittorica e plastica, che racchiudono anche una certa eroticità simbolica, sublimazione di piaceri nascosti o manifestazioni di sensualità condivisa. Degno di nota è il collettivo attoriale dei secondari, caratteristi ragguardevoli molti dei quali provenienti dalla tradizione del teatro e del cinema regionale. Così come credibile è la prova della co-protagonista femminile, Giusy Buscemi, forte di una esperienza di fede vissuta e non semplicemente interpretata.

Giusy Buscemi in ...che Dio perdona a tutti@Valentina Glorioso
Giusy Buscemi in ...che Dio perdona a tutti@Valentina Glorioso

Giusy Buscemi in ...che Dio perdona a tutti@Valentina Glorioso

…che Dio perdona a tutti, seconda parte di un titolo che traduce una espressione proverbiale del vernacolo siciliano, è una storia d’amore, gentile e appassionato, in cui prendono vita immagini e situazioni surreali che ricordano Totò che visse due volte di Daniele Ciprì e Franco Maresco (il personaggio di Domenico Centamore lo richiama con una citazione-omaggio evidente); così pure il richiamo di Provaci ancora Sam con Woody Allen che ha come “consulente” un redivivo Humphrey Bogart, e che a sua volta è un omaggio a Casablanca; o infine ad atmosfere sensuali e zuccherine come quelle di Chocolat di Lasse Hallström dove la passione per i dolci si intreccia con quella dell’amore vero.

Pif confeziona un film gradevole, che fa riflettere con leggerezza su un tema impegnativo come la religiosità e la coerenza. Un film che è una provocazione per tutti, credenti e agnostici, osservanti e non praticanti, che hanno in comune l’unica assoluta e universale vocazione: l’umanità. Il film però non è mai retorico o artificioso, né superficiale o derisorio. La voce a commento e i dialoghi equilibrano la successione delle situazioni e la surrealtà di alcune sequenze narrative senza scadere nel grottesco. Anzi i dialoghi contengono un’espressione che avvalora il film e gli dà profondità e spessore realistico; può essere letta ancora come una metafora, un buon monito per chi vuole rendere credibile una religiosità fondata su una tradizione che ha percorso oltre duemila anni di storia e che perciò rischia di apparire stantia o anacronistica: “La tradizione non consiste nel conservare le ceneri, ma nel mantenere viva la fiamma… La tradizione è una innovazione che ce l’ha fatta”.