Los domingos, che arriva nelle nostre sale il 2 aprile, conferma il momento d’oro che sta vivendo il cinema spagnolo e la rilevanza di una serie di registe che negli ultimi anni hanno goduto dell’apprezzamento della critica e del pubblico, come Clara Simón, Paula Ortiz, Pilar Palomero o, nel caso che ci riguarda, Alauda Ruiz de Azúa.

Presentato in anteprima alla fine di ottobre al Festival internazionale del cinema di San Sebastián, dove ha ottenuto la Concha de Oro, il 1º marzo il film aveva raggiunto in Spagna 705.779 spettatori e incassato circa quattro milioni e mezzo di euro. In Francia, dove è uscito l’11 febbraio, ha già superato il mezzo milione di spettatori al botteghino. Ai premi Goya, assegnati lo scorso 28 febbraio, ha vinto cinque delle tredici statuette per cui era candidato – miglior film, regia, sceneggiatura originale, attrice protagonista e attrice non protagonista – battendo così il principale contendente, Sirat, premiato invece con i Goya tecnici più importanti. Ma al di là dei premi, Los domingos ha generato negli ultimi mesi numerosi articoli e discussioni nelle reti sociali, ed è riuscito a entusiasmare pubblici di tendenze opposte in una società altamente polarizzata.

Ainara ha 17 anni ed è una ragazza normale: va bene negli studi che fa in un collegio religioso, si diverte con gli amici, canta in un coro… Quello che quasi nessuno sa è che la ragazza sta discernendo una possibile vocazione claustrale e, quando all’inizio del film lo dice a casa, nella sua famiglia si scatena un cataclisma. Suo padre Iñaki, vedovo, non è particolarmente religioso; sua zia Maite, alla quale è molto legata, non ha fede e farà di tutto per togliere alla nipote quell’idea dalla testa. Completano il quadro il marito di Maite, Pablo, simpatico e tollerante ma con un retroterra areligioso, la nonna, e la nuova fidanzata del padre, oltre alle sorelline di Ainara e al figlio piccolo di Maite e Pablo. E fuori dalla famiglia, un giovane sacerdote e le suore.

La regista, che si dichiara atea, si avvicina al tema religioso con onestà, cercando di comprendere tutte le posizioni e mostrando l’umanità dei personaggi, senza nascondere i loro difetti e contraddizioni, anche quelli della zia Maite, in qualche modo la più vicina alla sua prospettiva. Alauda si è documentata a fondo. La vocazione appare sostanzialmente rappresentata come innamoramento, conclusione a cui è giunta dopo aver intervistato numerose giovani che hanno vissuto un processo simile a quello della protagonista.

Los domingos
Los domingos

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In realtà, la chiamata di Ainara è per la regista un pretesto per esplorare ancora una volta il tema della famiglia e delle tensioni che la attraversano, come aveva già fatto nel magnifico Cinco lobitos e nella notevole miniserie Querer. Come il suo ammirato Kore’eda, alla regista basca piacciono le storie quotidiane, i piccoli drammi domestici, i conflitti sotterranei sotto l’apparenza di una vita anodina, segnata da riti e abitudini, come quella delle domeniche, quando tutta la famiglia si riunisce per il pranzo. Il film non è moralizzante né conclusivo, ma aperto, in modo che ogni spettatore possa farlo proprio. Non offre risposte, ma solleva questioni fondamentali sulla fede, il cammino vocazionale, il rischio dell’emotivismo e l’indottrinamento, la tolleranza e il rispetto, la libertà e la vita interiore, la preghiera, la convivenza e la permanenza della famiglia...

La sceneggiatura, scritta dalla regista, conferma il suo talento per la naturalezza dei dialoghi, l’umorismo sottile, la ricchezza dei dettagli e la costruzione di personaggi complessi e perfettamente credibili, superbamente incarnati dagli attori. La creazione della zia Maite da parte di Patricia López Arnaiz merita una menzione speciale, ma non sono da meno la debuttante Blanca Soroa nei panni di Ainara né Miguel Garcés nel ruolo del padre.

Alauda gestisce con maestria la messa in scena, il punto di vista, gli sguardi e i silenzi, facendo sì che lo spettatore si immerga nella storia e la viva con l’intensità del reale. La breve selezione musicale è molto azzeccata, così come l’uso che se ne fa: le canzoni di Quevedo e Bizarrap che ascoltano le amiche; l’Ave Verum di Mozart, che offre un contrasto significativo con le immagini della discoteca; il suggestivo Into My Arms di Nick Cave, che il coro prova e il cui testo sintonizza su diversi aspetti del film; e anche la versione corale della nostalgica canzone basca Aitormena, confessione d’amore in un momento di addio, che accompagna la toccante sequenza finale, con quell’ultimo, intensamente espressivo primo piano della zia Maite, combattuta e spezzata dentro.