PHOTO
A Fox Under a Pink Moon
È la prima scena di A Fox Under a Pink Moon a dare la linea. Soraya Akhalaghi, protagonista del documentario, sta registrando un videomessaggio da inviare al regista Mehrdad Oskouei, che lei chiama confidenzialmente “zio” e non sente da un po’ a causa della mancata connessione internet in Iran. La risoluzione non è granché, lo scenario ci fa capire che non vive nell’agio. All’improvviso, accanto a lei spunta una volpe animata: Soraya non le dà retta, come se fosse una presenza costante nella sua vita. Il video non ha una dimensione meramente privata: è il concetto stesso di questo film che Oskouei ha girato a distanza dando indicazioni a Soraya.
Un’operazione durata cinque anni, dal 2019 al 2024, periodo in cui l’afghana Soraya ha catturato il suo drammatico quotidiano, tra le percosse continue del marito violento, il tempo sospeso del Covid come intermezzo obbligato e il sogno di fuggire in Europa. Sta qui il senso della co-regia: partito come il ritratto di una ragazza che sia affida allo smartphone per raccontare una realtà comune a tante donne, è diventato l’autoritratto di un’artista, che trova nel disegno, nella scultura, nella creatività una forma di speranza e un’occasione di riscatto. Quella volpe è una figura che fa da ponte tra la cronaca e la fantasia, così come la luna rosa che brilla nei cieli sotto i quali Soraya prova a emanciparsi da un destino crudele.


A Fox Under a Pink Moon
Nella visione di Oskouei, Soraya diventa emblema senza retorica: non è solo una sfollata che ha trovato una casa che è una prigione, non è solo un corpo tumefatto dalle botte e ridotto a proprietà da un irriducibile patriarcato culturale, non è solo una voce che arriva da una terra martoriata. Soraya è l’eroina indomita di un racconto di formazione che passa attraverso la responsabilità dell’arte e un viaggio della speranza in cui la migrazione è un desiderio e una prova. A Fox Under a Pink Moon si muove sempre sul confine: quello che i migranti devono attraversare in un meccanismo definito “gioco” perché ha a che fare con mosse e contromosse, trucchi e inganni, come se fosse una scommessa con la vita; e quello in cui lavora Oskouei a partire dal materiale di Akhalaghi, una tessitura con l’animazione che, nel suo essere esplicitamente una fuga dalla realtà, rappresenta un modo per sopravvivere alla realtà attraverso l’immaginazione.
L’apparato creativo (le animazioni sono curate da Mohammad Lotfali) è il valore aggiunto di A Fox Under a Pink Moon, dai disegni via via sempre più complessi e allegorici in cui l’artista si trasfigura in clown alle sculture realizzate con acqua, colla e cartoni di uova per dare forma a un malessere perfino grottesco, che definisce bene il carattere mai remissivo di una ragazza. Come i precedenti Starless Dream, sulle vite di sette adolescenti in un centro di correzione alla periferia di Teheran, e Sunless Shadows, su giovani ragazze che hanno ucciso uomini violenti, Oskouei continua a mettere al centro storie di donne con onestà, empatia e partecipazione.


A Fox Under a Pink Moon
Accreditare Soraya (senza cognome) come co-regista vuol dire proprio riscattare secoli di sottomissione, favorire l’appropriazione di una voce che non è solo testimonianza e denuncia ma anche racconto vivo. Anche le immagini della traversata in mare, con gli smartphone che riprendono il momento in cui la nave dell’ONG si avvicina al gommone, provano a distaccarsi dalla mera restituzione cronachistica per diventare qualcosa di più immersivo, un corpo a corpo con gli occhi di Soraya che nell’atto stesso del filmare fa un atto di resistenza visiva e trova l’occasione per riconquistare quello sguardo negato dal patriarcato. Presentato in anteprima nazionale al XIX Pordenone Docs Fest, A Fox Under a Pink Moon ha vinto il primo premio all’IDFA, l’International Documentary Film Festival Amsterdam, il più grande festival di film documentari al mondo.
