Ugo, nessuno e centomila

A trent'anni dalla scomparsa di Tognazzi, ripubblichiamo stralci di un'intervista del 1965: "Grato ai produttori, ma certi aspetti della mia comicità non sono stati sufficientemente sfruttati" rivelava alla Rivista del Cinematografo
27 Ottobre 2020
Personaggi
Ugo, nessuno e centomila
Ugo Tognazzi in I complessi

Nel numero di luglio 1965 della Rivista del Cinematografo, il critico Angelo L. Lucano montò una serie di interviste ad attori, registi e sceneggiatori in un’inchiesta che rispondeva a una domanda sottilmente polemica: “Perché in Italia questo cinema comico?”.

Tra le testimonianze raccolte, il gotha della comicità italiana: Totò, Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi, Franca Valeri, Walter Chiari. E poi Age e Scarpelli, Dino Risi, Steno, Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Lina Wertmuller. E Ugo Tognazzi.

Nel giorno in cui ricorrono i trent’anni dalla scomparsa, vogliamo omaggiarlo estrapolando le sue risposte. È un Tognazzi appena esploso come interprete non solo comico, il commediante capace di passare dall’avanspettacolo al grottesco sulfureo di Marco Ferreri. Dopo una lunghissima attività come protagonista di modeste farse spesso accanto a Raimondo Vianello, Tognazzi si stava costruendo con pazienza e misura uno spazio proprio nella commedia italiana: quello che leggiamo in queste righe è il Tognazzi che ha sorpreso pubblico e critica con Il federale, I mostri, La marcia su Roma, La voglia matta, L’ape regina, La donna scimmia, nell’anno in cui l’indimenticabile cammeo in Io la conoscevo bene gli valse il Nastro d’Argento.

Il ricordo del grande attore cremonese continua nel numero di novembre della Rivista del Cinematografo, con un ampio servizio dedicato alla carriera di Tognazzi e alla sua eredità artistica, con un focus sulla sua passione per la cucina.

 

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Ugo Tognazzi in La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone

 

È soddisfatto della vostra professione?
Io non ho nessun rancore o risentimento verso nessuno. I produttori mi hanno sempre soddisfatto. Debbo essere loro grato per avermi dato una certa fiducia nelle mie possibilità. Che certi aspetti della mia comicità non siano stati sufficientemente sfruttati questo è un altro discorso. Piuttosto tengo a dire che sono stato io ad impormi una lenta trasformazione: i film che interpretavo erano all’inizio principalmente farseschi e io ho cercato di mettere a profitto l’esperienza dei miei vent’anni di rivista. Naturalmente fin da principio la mia aspirazione era quella di creare un «personaggio». Quando sono riuscito però ad avere una sceneggiatura meno leggera delle altre, ho approfittato, cercando di realizzare certe mie aspirazioni, certi miei sogni. Andata bene la prima volta, ho continuato su quella strada. E ho rifiutato più di un’occasione, che mi proponeva di passare da un ruolo comico ad un altro assolutamente serio. Ciò perché credo che non sia ancora venuto il momento di deludere il pubblico. Esso, di solito, ama un attore che lo diverte e quando questi riesce a dare anche una nota sentimentale alle parti sostenute, dà al pubblico quel che esso aspetta di ricevere.

È l’attore a filtrare nella critica il fatto che deve esse interpretato?
Dico di sì, in quanto il comico è il numero uno in assoluto dello spettacolo.

Cosicché sarebbe bene che l’attore venisse disciplinato di più dal regista e dalla sceneggiatura?
Io penso questo, che una buona sceneggiatura può far diventare anche comico un attore seriamente preparato che non sia comico. Purtroppo non è facile trovare una buona sceneggiatura! Di conseguenza, un buon attore comico si trova nella necessità di dover risolvere certi problemi di una sceneggiatura mediocre. Noi italiani con pochi mezzi dobbiamo credere in una cosa che facciamo e sperare che gli altri si divertano. Il cinema comico americano mette a disposizione mezzi col proposito di fare film che divertano tutti. Non dimentichiamo però che i film che vediamo sono i più passabili tra quelli prodotti laggiù e quindi anche gli americani, come noi, hanno la loro parte di films dozzinali.

Allora, come spiegare la sua presenza in film piuttosto volgarucci?
Non so fino a che punto un ragazzo italiano che apprende dal cinema una parolaccia o veda un pezzo di gamba in più possa rimanere danneggiato nel futuro. Mentre i films americani «per tutti», nel modo come sono concepiti, fino a che punto sono più istruttivi di quelli italiani? Consideriamo, per esempio, come vengono presentate le bande dei gangsters! Anche Io svolgersi dei film western!

Ennio Flaiano mi scrive così: ”Penso che (le volgarità) esprimono uno stato d’animo molto diffuso della vita nazionale. Il film comico non inventa niente, copia».
Come sempre, soprattutto in Italia, l’abuso trionfa su tutto! Mentre può essere giustificato un certo tipo di linguaggio che ha il suo corrispettivo in letteratura o che deriva da esso, un linguaggio scurrile fine a se stesso e concepito solo per sorprendere il pubblico non è giustificato.

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