Ken Loach compie 90 anni. Autore coerente e irriducibile, Ken il rosso è il grande regista della classe operaia: la sua lunga carriera, iniziata più di sessant’anni fa in televisione, sempre segnata da un radicale impegno politico nonché da una forte attenzione al progresso civile e alla solidarietà umana, ha dato voce agli ultimi e ai proletari, agli umiliati e agli offesi, a chi vive ai margini e a coloro dimenticati dal sistema.

Ken Loach è l’ultimo working class hero a credere ancora che il cinema possa ancora cambiare il mondo. Regista capace di coniugare realismo e virate immaginifiche, empatia e critica sociale, nel segno di una costante attenzione per i più deboli, può entrare in fabbrica e nelle periferie, nella marginalità e nella disperazione, per uscirne più forte e consapevole, affidando al proiettore un raggio di luce che squarcia le tenebre della sperequazione, dell’homo homini lupus.

Nel 2012, l’Ente dello Spettacolo lo ha onorato con il Premio Robert Bresson: “Un ponte tra questi due grandi cineasti – si leggeva nella motivazione – dove risiede questo legame se non nella comune umanità, la condivisa volontà di dire qui e ora dell’Uomo e dei suoi aneliti, della lotta quotidiana per un futuro migliore e dignitoso”. Per festeggiarlo uno dei pochi registi ad aver vinto due Palme d’Oro a Cannes, riscopriamo i dieci film migliori della sua carriera.

(From L) British actress Jasmin Riggins, British director Ken Loach and British actress Siobhan Reilly pose during the photocall of \\\"The Angel's Share\\\" presented in competion at the 65th Cannes film festival on May 22, 2012 in Cannes. AFP PHOTO / LOIC VENANCE
(From L) British actress Jasmin Riggins, British director Ken Loach and British actress Siobhan Reilly pose during the photocall of \\\"The Angel's Share\\\" presented in competion at the 65th Cannes film festival on May 22, 2012 in Cannes. AFP PHOTO / LOIC VENANCE
(From L) British actress Jasmin Riggins, British director Ken Loach and British actress Siobhan Reilly pose during the photocall of "The Angel's Share" presented in competion at the 65th Cannes film festival on May 22, 2012 in Cannes. AFP PHOTO / LOIC VENANCE (AFP)

Poor Cow (1967)

Dopo apprezzati lavori televisivi, Loach fu arruolato da Joseph Janni, il produttore di origini italiane che diede un forte impulso alla new wave britannica. Improvvisato a partire da un canovaccio, è un dramma rivoluzionario che esplora la dimensione melodrammatica del realismo sociale inquadrando il rapporto tra una giovane donna e un amico di suo marito. Fu un successo a sorpresa.

Kes (1969)

Il primo apice della carriera del regista – e forse il suo capolavoro – segue la parabola straziante di un ragazzino che trova un riscatto (la madre lo disprezza, il fratello lo maltratta, il padre è sparito, a scuola va male, è vittima di bullismo) impartendo lezioni di volo a un cucciolo di falco. C’è già tutto il cinema di Loach: una vita difficile, la crudeltà del mondo, la linearità narrativa, la limpidezza assoluta.

Riff-Raff (1991)

Nello slang britannico, il titolo allude alla feccia. Ed è già una dichiarazione d’intenti: al centro c’è la classe operaia nell’Inghilterra post-thatcheriana, impoverita e devastata dalla crisi (le privatizzazioni selvagge), senza diritti sindacali né ammortizzatori sociali. Loach è dalla loro parte, ricordandoci sempre che il privato è anche politico (la storia d’amore tra Robert Carlyle e Emer McCourt, cantante tossicodipendente).

Piovono pietre (1993)

I titoli sono sempre rivelatori, giacché un proverbio inglese sostiene che “quando piove sui poveri piovono pietre” (potrebbe essere il manifesto del cinema di Loach). Storia di un disoccupato (il comedian Bruce Jones) che chiede un prestito a uno strozzino per comprare il vestito della prima comunione alla figlia, dimostra come si possa mantenere un sottofondo umorista pur affrontando una quotidiana disperazione.

Ladybird Ladybird (1994)

Un’altra stand-up comedian, Crissy Rock, diventa eroina del cinema di Loach, dando vita a una proletaria che sopravvive alla periferia londinese nell’Inghilterra della signora Thatcher: depressa e instabile (è così inaffidabile che le hanno tolto i figli), si innamora di un colto e gentile rifugiato politico paraguayano e combatte con lui per la ricomposizione della famiglia. Compassionevole.

Terra e libertà (1995)

Una svolta nel cinema di Loach: c’è ancora un operaio inglese, disoccupato e militante comunista, ma il contesto è quello della guerra civile spagnola (l’ispirazione arriva da Orwell). Omaggio ai combattenti stranieri che combatterono con i repubblicani contro il colpo di stato nazionalista, è un dramma viscerale e realista che sa essere coinvolgente tanto sul piano intellettuale quanto su quello emotivo. Un film integro e umanista, nonché orgogliosamente partigiano.

(C) Joss Barratt Sixteen Films
(C) Joss Barratt Sixteen Films
Route Irish Film Stills

My Name is Joe (1998)

Dopo La canzone di Carla (1996), la seconda collaborazione con lo sceneggiatore Paul Laverty, di qui in avanti suo principale collaboratore, entra nei quartieri popolari – e malfamati: la criminalità impera – di Glasgow per raccontare storia d’amore tra un disoccupato ex alcolizzato (il maiuscolo Peter Mullan) e un’assistente sociale sanitaria (Louise Goodall). La tenerezza può salvare il mondo?

Sweet Sixteen (2002)

Dopo Kes, un altro ragazzino scozzese che sogna una nuova vita: aspetta che la madre esca dal carcere, giusto in tempo per festeggiare con lui il sedicesimo compleanno, e, chissà, magari in futuro potranno ricominciare tutto nella nuova casa comprata con i soldi raccolti nei modi più pericolosi. Un teen movie alla maniera di Loach, un inesorabile romanzo di formazione che non lascia scampo.

Il vento che accarezza l’erba (2006)

La Palma d’Oro lungamente attesa (era la sua nona partecipazione in Concorso) arrivò con uno dei suoi film più complessi e affascinanti: due fratelli si uniscono all’IRA per l’indipendenza dell’Irlanda dal Regno Unito; durante la successiva guerra civile, si ritrovano su fronti opposti. Antimperialista e radicale, appassionato e avvincente, è una summa del pensiero di Loach (e Laverty).

Io, Daniel Blake (2016)

Loach conquistò la seconda Palma d’Oro – un po’ a sorpresa – con la struggente parabola di un maturo disoccupato a cui viene negato il sussidio nonostante non possa più lavorare dopo un attacco cardiaco. Senza retorica né didattica ma con autenticità e rabbia, l’apoteosi del suo cinema proletario ed umanista pulsa di neorealismo con la consapevolezza intima del melodramma. Grande successo popolare.