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Il cinema è il testimone privilegiato del nostro tempo. Lo ripetiamo spesso, e di sicuro ad abbracciare questo adagio è Michael Zelniker. Dopo una lunga carriera da attore (ha collaborato anche con Clint Eastwood in Bird), è passato dietro la macchina da presa con il bel documentario The Issue with Tissue: A Boreal Love Story. Adesso la sua nuova regia è la serie The Struggle for Mother Water, otto episodi da cinquanta minuti per concentrarsi sulla risorsa più preziosa che esista: l’acqua. Si tratta di un viaggio per il globo, in un affresco corale che unisce i continenti in un’unica preghiera di salvezza. The Struggle for Mother Water verrà presentato al mercato del Festival di Berlino. “Si tratta di un progetto imponente. Ho voluto trattare con rispetto ogni persona che incontravo, dando alle loro storie il maggior spazio possibile. Ho viaggiato attraverso 21 Stati in 219 giorni. Ho incontrato esseri umani pieni di forza, in prima linea nella loro comunità. E purtroppo la loro voce non viene mai ascoltata. Sono partito con la macchina da presa, la voglia di ascoltare, l’educazione. E loro mi hanno aperto il cuore”, spiega Zelniker.
Come è nata la serie?
Dalla consapevolezza. È sempre più difficile, in alcune zone del mondo, avere accesso all’acqua potabile. Noi siamo abituati: è normale andare in cucina e aprire il rubinetto. Ma per quanto ancora? La crisi è sotto i nostri occhi. Nella sigla di ogni puntata, i protagonisti ripetono: “L’acqua è vita”, in 25 lingue diverse. È una battuta che è nata naturalmente, non l’ho imposta io. Questo dimostra quanto tutto è connesso. Per il 70% siamo fatti di liquidi, sono più estesi gli oceani della terraferma. Prendere coscienza di noi stessi ci permette di elevarci. Parlando con alcuni indigeni canadesi, mi hanno raccontato di come si scelga deliberatamente di avvelenare l’acqua, in nome del guadagno. Per poi magari sovvenzionare dei sistemi che la rendano di nuovo pulita. Quando ero in Thailandia, al Nord, al confine con il Myanmar, chi lavorava nelle fattorie mi ha fatto vedere come ormai i campi siano avvelenati. Si usano troppi pesticidi. Una volta bevevano l’acqua piovana, ormai non è più possibile. Cinquant’anni fa si attingeva direttamente dai laghi, dai fiumi, ora è pericoloso. E così si è costretti a utilizzare acqua in bottiglia, generando plastica. È un circolo vizioso.
Il suo film precedente era The Issue with Tissue: A Boreal Love Story. Possiamo dire che questa è una storia d’amore con l’acqua?
Lo spero davvero. Il titolo The Struggle for Mother Water per me ha due significati. Da una parte è una battaglia, dall’altra è la volontà di proteggere, di difendere qualcosa che già esiste, ma che purtroppo stiamo rovinando.


Che cosa l’ha sorpresa di più durante il suo viaggio?
In ogni comunità in cui sono stato a procacciare l’acqua erano le donne. In molti luoghi c’è ancora la concezione che debbano essere loro a occuparsi della casa. E quindi sono delle eroine. Mi ha colpito un dato: ogni giorno si si usano 250milioni di ore per cercare acqua pulita. È incredibile, denota una disperazione che non possiamo neanche immaginare.
Com’è nata la sua passione per i documentari?
Vengo dalla finzione, dall’essere un attore. Ma da spettatore ho sempre amato i documentari, come quelli di Ken Burns e Michael Moore. Da regista, cerco sempre di realizzare film che sappiano lasciarmi qualcosa. Io sono e sarò un ambientalista per sempre. Quando avevo otto anni, sono andato in un campo estivo. Non era semplice per me relazionarmi con gli altri. Quello che mi ha salvato è stato il contatto con l’ambiente, con la foresta boreale. Questo è alla base di The Issue with Tissue. Ho scoperto che il bene che consumavamo di più durante la pandemia è stata la carta igienica. Per realizzarla, a essere sotto assedio è proprio la foresta boreale. Ho deciso di portare queste vicende alla luce. Sono stato un volontario nel Climate Reality Project di Al Gore. Voglio impiegare il resto della mia vita per sensibilizzare su come stiamo uccidendo il nostro pianeta. Stiamo attraversando un momento molto complesso anche per il grande schermo.
Crede che il cinema possa ancora fare la differenza su temi importanti?
Non lo so, ma devo crederci. È come se tutto quello che ho fatto prima fosse una preparazione per questo momento. Serve dialogo, comunicazione, e la cinepresa è il mio strumento. Sono convinto che, per cambiare il modo di pensare, bisogna partire dal cuore. E il cinema ha un’immediata capacità di colpire le nostre emozioni.
