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Stéphane Brizé (ph Stefano Micozzi)
C’è un momento preciso in cui il cinema smette di essere semplice intrattenimento e si trasforma in un atto di testimonianza civile: quando la macchina da presa si muove tra i corridoi di una fabbrica dismessa o cattura lo sguardo spento di un lavoratore licenziato. A quel punto lo schermo diventa uno specchio scomodo della realtà. Nel panorama contemporaneo, pochi autori sono capaci di trasformare la settima arte in un gesto politico militante con la stessa lucidità di Stéphane Brizé.
Il regista francese è stato ospite della seconda giornata del Lecco Film Fest, in cui ha parlato anche del suo prossimo film in uscita a novembre Un bon petit soldat, con Alba Rohrwacher (ospite il 4 luglio del Lecco Film Fest) al fianco di Vincent Lindon. “Ho capito che per avvicinarsi il più possibile alla verità bisogna slittare quasi verso la farsa, come ha fatto Ruben Östlund con Triangle of Sadness. E questo è quello che ho fatto io con il prossimo film, in cui ho scelto una chiave più da commedia. Del resto viviamo in un mondo che ha dei toni assolutamente farseschi, da quando c'è Trump al potere”, ha esordito Brizé.
Nelle sue opere non si limita a raccontare storie: fotografa i rapporti di forza del nostro tempo, offrendo una voce a chi spesso viene ridotto a un mero dato statistico. Nato a Rennes nel 1966, approda alla regia dopo un percorso non convenzionale, che include studi di elettronica e un periodo come tecnico radiotelevisivo. Questa formazione pratica si riflette nel suo approccio metodologico: una precisione quasi scientifica nel documentare i meccanismi burocratici e industriali, unita a una profonda sensibilità per la condizione umana. “La regola d’oro è descrivere attraverso la finzione un luogo reale, in modo credibile. Per questo, quando racconto una storia, abbasso sempre l’asticella rispetto a ciò che mi dicono le persone che hanno vissuto quell’esperienza. Se descrivessi, ad esempio, le situazioni di violenza patite all’interno delle fabbriche nella loro esatta durezza, la gente potrebbe pensare che voglio fare polemica e che la finzione non rispecchi la verità. Chi crederebbe mai che possano essere offerti 700.000 euro a un sindacalista perché approvi un piano di esuberi?”, ha commentato Brizé.
Il suo debutto nel lungometraggio avviene nel 1999 con Le Bleu des villes, ma è nel decennio successivo che la sua firma si consolida, orientandosi verso un naturalismo asciutto, privo di retorica e fortemente ancorato alle dinamiche del presente. La produzione del regista bretone si distingue per una coerenza tematica impeccabile. Dopo titoli intimisti come Je ne suis pas là pour être aimé del 2005 e Mademoiselle Chambon del 2009, la sua poetica subisce una virata decisiva con la cosiddetta "trilogia del lavoro", realizzata in stretta collaborazione con l’attore Vincent Lindon. “Ho avuto bisogno di tempo prima di realizzare la trilogia, che forse diventerà la tetralogia. Vengo da una famiglia modesta, ma rispetto a cineasti che parlavano di tematiche politiche, come Ken Loach, a me mancava il background e non mi sentivo legittimato a trattare questi argomenti. Però dopo aver fatto tutti i film possibili sulle dinamiche famigliari, avendo esaurito il tema, ho dovuto passare all'azione”.
L’epopea moderna sul lavoro si articola in tre tritoli: La legge del mercato del 2015, indagine spietata sulla disoccupazione in età matura e sulle umiliazioni della ricerca di un impiego, In guerra del 2018, resoconto frontale e teso di una trattativa sindacale per impedire la chiusura di uno stabilimento, e Un altro mondo del 2021, dove lo sguardo si sposta sui dirigenti aziendali, stritolati tra le direttive spietate delle multinazionali e la propria coscienza morale. Fino ad arrivare a Le occasioni dell’amore del 2023, una deviazione malinconica sul peso delle scelte di vita. I nuclei concettuali attorno a cui ruota la sua indagine sono costanti: la deumanizzazione dei rapporti professionali, il conflitto tra profitto e dignità, l’alienazione di chi è schiacciato da logiche economiche globali e l'inevitabile scontro di classe.
“Penso che chiunque possa essere assolutamente perbene e corretto, ma quando il sistema gli chiede di fare del male a sé stesso e agli altri, a quel punto anche le persone normali possono diventare completamente diverse, pur essendo potenzialmente le stesse. Questo significa che si può essere privati del proprio aspetto umano in base al contesto in cui ci ai trova”, ha spiegato il regista. Il cinema del lavoro vanta una tradizione illustre, e Brizé si inserisce in questo solco dialogando idealmente con altri grandi maestri europei. I fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, con Rosetta e Due giorni, una notte si concentrano sulla disperata ricerca di sopravvivenza del singolo e sulla solidarietà tra gli ultimi. Ken Loach con Io, Daniel Blake utilizza un tono di aperta denuncia e militanza contro le storture del welfare.
“Quando parlo di questioni politiche, in qualche modo il mio approccio è simile a quello di Ken Loach, senza fare paragoni immodesti. È quello di vedere l'uomo confrontarsi e mettersi in discussione rispetto a questioni che hanno a che vedere con l'organizzazione della società. Per me il cinema non è mai ideologico, è sicuramente politico. Non voglio difendere il mondo, ma osservo ciò che non funziona, e mi pongo gli interrogativi etici che chiunque può avere”, ha detto Brizé. Nei suoi film sceglie una terza via, adottando i codici del linguaggio del documentario d'inchiesta, utilizzando attori non professionisti accanto a interpreti di rilievo, con riprese lunghe e inquadrature fisse che intrappolano i corpi nello spazio, restituendo la claustrofobia della burocrazia.
“Per me è importante attingere alla verità, è una mia ossessione e non demordo finché un attore non riesce a trovarla in sé stesso. È importante per essere attendibili. Per questo mi avvalgo spesso della collaborazione di interpreti non professionisti. Esigo la credibilità da parte dei miei attori, e Alba Rohrwacher, che incontrerete presto, può confermarvelo”, ha aggiunto. Brizé rivolge il suo sguardo proprio alla creatura umana, in sintonia con il manifesto del Lecco Film Fest. Abbraccia la vulnerabilità intrinseca di ogni essere vivente, nella sua accezione più fragile: l’uomo spogliato del proprio ruolo sociale, ridotto a ingranaggio sostituibile. Per non dimenticare che la tutela di ogni individuo comincia dal rispetto di ogni persona e dei suoi diritti fondamentali.



