(Cinematografo/Adnkronos) - Un elogio dei 'mentori imperfetti' e una celebrazione dell'arte di perdere, proprio mentre l'Italia è travolta dalla febbre per i vincenti. È questa l'anima de 'Il Maestro', il nuovo film di Andrea Di Stefano presentato Fuori Concorso alla 82esima Mostra del Cinema di Venezia. Protagonista è Pierfrancesco Favino nei panni di Raul Gatti, un ex campione di tennis disilluso che si ritrova a fare da coach a una giovane promessa, Felice (interpretato dall'esordiente Tiziano Menichelli), un ragazzo ligio alle regole e schiacciato dalle aspettative paterne. "Il film celebra l'unione tra esseri umani: incontrare qualcuno che ti apre porte diverse è uno dei balsami più potenti che esistano", racconta Favino all'Adnkronos.

L'idea del film nasce da un'esperienza personale del regista, che rifiuta l'idea di perfezione. "Io non credo nei maestri, non credo esistano persone perfette", spiega. "Tutti noi abbiamo, come diceva Sorrentino ne 'La Grande Bellezza', una vita devastata". Il personaggio di Raul è un omaggio a una figura del suo passato: "L'ho scritto perché mi ricordava un maestro che ho avuto a 13 anni. Malgrado tutte le sue imperfezioni, aveva un grande cuore e l'intuizione di dirmi la cosa giusta al momento giusto. Lo ringrazierò per sempre, perché mi ha cambiato la vita". Quell'intuizione arrivò prima di una partita impossibile: "Avevo vinto a fatica contro un giocatore mediocre e il giorno dopo mi aspettava uno fortissimo. Ero terrorizzato. Lui, ridendo, mi disse in dialetto: 'A noi ci viè sempre da ride', che significa che, vincendo o perdendo, troviamo sempre un motivo per ridere. Quella frase mi fece andare in campo più leggero. Persi comunque, ma capii che senza pressioni giocavo anche meglio".

Andrea Di Stefano e Tiziano Menichelli sul set - Foto Andrea Miconi
Andrea Di Stefano e Tiziano Menichelli sul set - Foto Andrea Miconi

Andrea Di Stefano e Tiziano Menichelli sul set - Foto Andrea Miconi

Pierfrancesco Favino descrive il suo Raul come un personaggio pieno di crepe, nascosto dietro una maschera: "Non credo si senta un maestro". E aggiunge: "Indossa quella maschera per bisogno, anche di soldi, ma soprattutto per trovare delle regole che non ha mai avuto. È un uomo spaventato dalla vita, che scappa proprio quando è vicino alla vittoria". L'incontro con l'allievo Felice, così rigoroso e diverso da lui, innesca un cambiamento. "Incontra un ragazzo che insegue il sogno di qualcun altro. È qui che il film celebra la sua idea più forte: l'unione tra esseri umani. Incontrare qualcuno che ti apre porte diverse è uno dei balsami più potenti che esistano".

Questa unione si fonda anche sull'accettazione della sconfitta. Una lezione controcorrente in una società ossessionata dal successo: "Sembra non ci sia spazio che per i vincenti", dice Favino. "Questo ci costringe a indossare maschere iperperformative, ma lo stress che ne deriva sta venendo fuori. Tennisti e calciatori denunciano problemi di depressione. Siamo circondati da un'idea di noi che deve essere sempre di un certo livello. Invece, possiamo andare bene anche con le nostre imperfezioni. In questo film, i ruoli si scambiano e maestro e allievo si danno una mano a stare al mondo".

Per il giovane esordiente Tiziano Menichelli, l'esperienza del film ha rispecchiato la finzione. Alla domanda su che maestro sia stato Pierfrancesco Favino, risponde con sincerità: "È stato un maestro, proprio come nel film. Mi ha insegnato tanto e spero di averlo aiutato anch'io un po'. Quello che ho imparato mi servirà per le prossime esperienze, per avere più consapevolezza e per sapermi muovere in certe situazioni sul set. Mi sento fortunato". Infine, in un'Italia travolta dalla Sinner-mania, che effetto fa raccontare una storia di 'sconfitti'? Favino risponde per tutti: "Certo che siamo tifosi di Sinner. Però a me piacciono anche quelli che non arrivano per forza. Quelli che vanno a dormire nel camper e si incordano le racchette da soli per potersi permettere la benzina per il torneo successivo".