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A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, diceva qualcuno. E allora ci si potrebbe domandare se la Chiesa che arruola Chris Pratt per raccontare la Basilica di San Pietro, non abbia qualcosa da farsi perdonare in termini di comunicazione. Pétros Ení, però, è un’operazione un po’ più interessante, anche al di là dell’occasione (i quattrocento anni dalla consacrazione dell’attuale Basilica, avvenuta il 18 novembre 1626) e le intenzioni di chi l’ha prodotto. Il punto non è usare la notorietà della star hollywoodiana come esca per il grande pubblico globale. Il nostro Virgilio, nel documentario diretto dalla spagnola Paula Ortiz, prodotto da AF Films con Vatican Media e Fabbrica di San Pietro, soffre semmai dello stesso paradosso di San Pietro: essere talmente guardati da rischiare di non essere più visti. Funziona dunque per rispecchiamento (con le dovute proporzioni, certo).
Di fatto però San Pietro è la star dell’archeologia religiosa mondiale. Milioni di visitatori, cartoline, fotografie, dirette televisive, immagini replicate all’infinito ne hanno fatto una delle grandi icone dell’immaginario occidentale. Pétros Ení che fa allora? Non tanto svelare il privato, la faccia meno esposta. Tentare di liberare San Pietro dalla propria immagine, per ridarle profondità è solo l’obiettivo dichiarato. È la logica del divulgativo, il Superquark da grande schermo. È la discesa angelesca (nel senso di Piero e Alberto) nella Necropoli, sulla tomba dell’Apostolo, i secoli di storia, di architettura e di cristianesimo inanellati con frames e parole, opere e montaggio.
Ma il problema - e, per chi scrive, il reale interesse dell’operazione – è un altro. O meglio, lo stesso, ma guardato diversamente. È un problema metalinguistico. Con quali immagini raccontare oggi un luogo che di immagini è già saturo? E soprattutto, come preservarne il sacro nei codici dello spettacolo?
Paula Ortiz va per l’abbondanza, in pura negazione ascetica. Ed è un pregio di onestà. Pétros Ení non fa archeologia, non predica pauperismo e non finge di essere quel che non è. Deve dire di uno dei vertici del Barocco: poteva spogliarsi con rigore bressoniano? La magnificenza gli appartiene per osmosi con l’oggetto. Puro barocco cinematografico. Movimenti di macchina sinuosi, luci, prospettive, dettagli, profondità degli spazi, immagini baciate dall’opulenza.
Sullo sfondo la lezione iconografica di Paolo Sorrentino, The Young Pope e The New Pope. La Ortiz difetterà di sguardo, ma non le manca il dono dell’assimilazione. L’intuizione sorrentiniana vive e la Chiesa non è necessariamente meno sacra quando viene rappresentata attraverso l’eccesso, la sensualità della forma, il trionfo dello spettacolo. La questione riguarda semmai la misura, quanto è opportuno fermarsi prima che le belle immagini si prestino solo a una rappresentazione seducente.
È qui che il gioco di specchi tra Pratt e San Pietro acquista senso. L’attore non è il banditore sulla pubblica piazza, il saltimbanco prestato da Hollywood o il semplice narratore. È piuttosto il doppio profano della Basilica: un’icona già consumata dalla riproducibilità delle immagini chiamata a guidarci dentro un’altra icona altrettanto sovraesposta. Il testimone più che il testimonial di un’operazione indubbiamente efficace e sottilmente problematica. Veramente globale, anche a costo di ridurre mistero, storia e archeologia in una grande esperienza immersiva, levigata secondo i codici dell’infotainment.
Ma è proprio questa contraddizione a rendere Pétros Ení più interessante del documentario istituzionale che avrebbe potuto essere. Il Vaticano sembra interrogarsi, forse persino al di là delle proprie intenzioni, su come rappresentare sé stesso nel regime contemporaneo del visivo. Colpisce ma non stupisce la disinvoltura. Nel finale arrivano persino Leone XIV e una Pyramid Song dei Radiohead trasfigurata. Solennità apostolica e cultura pop a braccetto, nello stesso quadro. Il carisma di Pietro e la calamita gigante dell’immaginario globale. Le vie del Signore sono larghe, oltre che infinite.



