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Föa – C’era una volta il futuro
In genovese, Föa vuol dire favola: una dichiarazione d’intenti, dove il dialetto non è solo un mezzo per rivendicare l’adesione intima a una città, alla sua topografia tra discese ardite e risalite, al caruggi attraversati dal sole e alle case strappate dalle cartoline, ma anche per distaccarsi dalla lingua che appartiene alla realtà e ne definisce limiti e confini. A maggior ragione in una Genova che, nel presente di Föa, è già spazio della cronaca e teatro di guerra. È la Genova che accoglie il G8 dal 19 al 22 luglio 2001, passata alla storia per i violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, la macelleria messicana della scuola Diaz, l’uccisione di Carlo Giuliano. Una Genova consapevole del caos imminente, dove Nicole, una diciottenne incinta, decide di restare, rifiutandosi di andare in vacanza con la famiglia e convinta che il ragazzo, futuro padre, le faccia compagnia in casa.
Presentato nel Panorama Italia di Alice nella Città, Föa è l’opera prima di Margherita Ferrari, estensione dell’omonimo (più o meno: FOA) cortometraggio già semifinalista agli Oscar – Student Academy Awards, e prodotta, tra gli altri, da Paolo Sorrentino. Ha un sottotitolo, C’era una volta il futuro, che evoca il passaggio cruciale tanto per il privato della protagonista quanto per la storia della sua generazione. E, più che una convergenza, è un modo per far emergere le differenze. Nicole (interpretata dalla quasi inedita Gaia Ravina) è una neo diplomata della piccola-media borghesia, in cameretta ha il poster di Titanic (non l’originale, probabilmente per una questione di diritti), una collezione di audiocassette e le letterine scambiate con il fidanzato, ha deciso di tenere il bambino per andare contro la madre e mal sopporta l’ipocrisia coniugale dei genitori.
Quando, sola in casa, si ritrova a convivere forzatamente con tre manifestanti fuggiti dagli scontri, Nicole fa i conti con la realtà di un mondo che fa irruzione nel suo microcosmo, passando dalla paura al confronto, dalla diffidenza all’empatia, dal distacco alla fiducia. Föa fa vedere la distanza tra i problemi personali di un’adolescente al crocevia della maturità e le battaglie combattute da giovani idealisti internazionalisti e cresciuti nei campi estivi a pane e politica. Una giornata particolare per l’incontro tra un’esponente suo malgrado della maggioranza silenziosa che predilige un modello rassicurante e senza traumi (la vecchia e impicciona vicina di casa la invita ad accontentarsi, a non essere “ingorda”) e tre giovani che vogliono “cambiare il mondo” attraverso l’impegno e la lotta scendendo in campo contro l’ordine costituito.
Scritto dalla regista (classe 1997) con Anita Della Cioppa e Veronica Penserini, Föa – C’era una volta il futuro è un concentrato della società del tempo che, paradossalmente, funziona più nella prima parte che configura la situazione e monta la tensione piuttosto che quando entra nel cuore della faccenda. Sarà forse una questione di altezze: stando sopra i fatti della storia (prima nell’appartamento e poi sulla terrazza condominiale), sembra illustrarli più che approfondirli, come se nell’ottica della favola (c’è L’isola di Arturo sul comodino a dirci qualcosa di ragioni e sentimenti dell’autrice) ognuno abbia in carico soprattutto una funzione.
È efficace la descrizione del contesto sociale e familiare di Nicole, dal breve incipit (lo svenimento come fuga dalla realtà?) durante l’esame al quadretto domestico con il fratello simpatico ma tagliente (“Non ne fai una giusta”), il padre che ha la testa altrove, la madre che non accetta la gravidanza (Elena Arvigo gestisce una notevole gamma emotiva). Meno incisiva la seconda parte, che si rivela più programmatica e densa di parallelismi un po’ scolastici tra una morte che segna la fine di qualcosa e una vita che annuncia un nuovo corso.



