Chissà perché il giallo si presta così bene a vertigini metatestuali, pensiamo a Sipario di Agatha Christie, Riccardino di Andrea Camilleri, l’opera di Manuel Vázquez Montalbán. E non solo quando si tratta di pratiche narrative, quei casi nei quali l’autore si inabissa nel testo per dialogare o discutere con un personaggio principale che si è finito quasi per odiare. Ma anche per la natura stessa di un genere che ci induce al confronto con le zone d’ombra dell’essere umano, l’indicibile che si riverbera nell’invenzione, in definitiva il male il cui pensiero respingiamo continuamente anche quando sembra esercitare su di noi un fascino insostenibile.

Sarà forse perché il giallo – o il noir, per usare l’etichetta più comune a livello internazionale – è il genere che più di tutti ci fa perdere la bussola della nostra coscienza morale. Come sostiene Edward Ridgeway, un giovane editor mandato dalla casa editrice in Svizzera, dove si è rifugiata la leggendaria Patricia Highsmith, “poeta dell’inquietudine” secondo Graham Greene. Che, da par suo, non pensa proprio che la questione abbia a che fare con la morale: lei dice di non averne, tantomeno la sua creatura letteraria, quel Tom Ripley che non è solo il protagonista di cinque romanzi ma anche una specie di amico immaginario, un compagno fedele che non la lascia un istante.

La fama la precede e non solo per meriti letterari: bisbetica a essere generosi, ostile ai rapporti di buon vicinato, pare abbia fatto impazzire un altro editor, che dopo aver tentato di lavorare con lei ha fatto perdere le sue tracce. Ridgeway, che ha studiato a lungo l’opera della scrittrice e non teme di farle presente che i suoi ultimi testi sono “incoerenti”, ha l’obiettivo di convincere Highsmith a scrivere il sesto (ultimo?) romanzo del ciclo di Ripley. Ma la signora omicidi, che non fa niente per dimostrarsi accogliente o disponibile, mette alla prova il ragazzo in un esercizio di potere per verificare una faccenda cruciale: quanto può fidarsi di uno sconosciuto timoroso ma nelle cui vene scorre un sangue freddo, apparentemente insicuro e forse capace di gesti ferali, dallo sguardo protetto dagli occhiali dove però intravede un brivido familiare? Perché la venerata e insopportabile scrittrice decide di offrire a quel ragazzo la possibilità di essere chi lei vuole e che lui non sa di voler essere?

Helen Mirren in A Talent for Murder
Helen Mirren in A Talent for Murder

Helen Mirren in A Talent for Murder

Cita il più celebre dei romanzi di Highsmith, A Talent for Murder (presentato nel Grand Public della Festa del Cinema di Roma, in Italia uscirà con il titolo Un talento per il crimine), che Anton Corbijn ha tratto dalla pièce Switzerland di Joanna Murray-Smith. La matrice teatrale viene conservata in modo anche abbastanza evidente, soprattutto nei lunghi faccia a faccia tra Highsmith e Ridgeway nella casa della scrittrice (una macchina di suspence, dalla dispensa piena di veleni allo studio dominato da un’esposizione di coltelli). E che il regista innesta con altre immagini, incrociando il ménage tra l’editor e una sconosciuta incontrata sul treno (Highsmith scrisse per Hitchcock Strangers on a Train, titolo originale di L’altro uomo) con la messinscena del nuovo romanzo. Dove Ridgeway finisce per “interpretare” il ruolo di Ripley e la sconosciuta diventa una giovane newyorkese, di stanza in una Roma cartolinesca, con un fondo fiduciario bloccato fino alla morte del nonno e della zia, una situazione analoga a quella della ragazza del treno.

Con parrucca e postura giuste, Helen Mirren ha sempre un bicchiere in pieno in mano e gigioneggia quanto basta in uno di quei ruoli che fanno la felicità delle veterane alle prese con personaggi larger than life, mentre Alden Ehrenreich si dimostra ancora una volta un interprete eccellente per finezza e irrequietudine. In questo continuo rimbalzo tra verità e finzione, divertissement letterario e contraccolpi sulla realtà, suggellato infine dall’avvertimento che si tratta di una storia inventata (ma va?), A Talent for Murder ha tutte le caratteristiche di quei film britannici tradizionali ma maliziosi, un po’ al crocevia tra Gli insospettabili e Trappola mortale. Un gustoso intrattenimento sottilmente minaccioso, più bizzarro che enigmatico, elegantemente sinistro senza turbare davvero, a metà tra il gioco di società e il senior crime movie (piacerebbe ai protagonisti di Il club dei delitti del giovedì).