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Il ministero dell'amore
Il ministero dell’amore ha un problema: arriva dopo Follemente. E un merito: arriva dopo Follemente. La formula è analoga ma gli è superiore per inventiva e stratificazione, oltre che meno patinato e più divertente. Sulla scorta del modello di Inside Out – anche se all’origine c’è un testo di Giacomo Ciarrapico, regista insieme a Luca Vendruscolo – entriamo nel mondo interiore di una persona, abitato da presenze che rappresentano quelle che per semplificazione possiamo definire emozioni. Pure qui la cornice è quella della commedia sentimentale, perfino romantica come si sottolinea in un momento che convoca i cliché del filone, ma Ciarrapico e Vendruscolo fanno un passaggio in più.
Val la pena ricordare che ai due autori e al compianto Mattia Torre dobbiamo un capolavoro come Boris ma anche Piovono mucche e Ogni maledetto Natale (e, senza Torre, anche Liberi tutti): nel loro approccio c’è sempre la volontà di scardinare un sistema dall’interno attraverso le forme e le deformazioni della commedia, partendo dalla società senza mai svincolarsene ma osservandola e reinterpretandola con un’autenticità che passa attraverso la satira, il grottesco, la parodia. Ed è un piacere ritrovare in Il ministero dell’amore la vena migliore di Ciarrapico e Vendruscolo, due che hanno la credibilità per fare un’allegoria del sistema italiano attraverso il discorso amoroso.


Il Ministero dell'amore. @AZZURRA PRIMAVERA
Perché sta qui la rilevanza sorprendente di questa commedia che, sin dal titolo, mette l’una accanto all’altra una parola burocratica, fredda, respingente e una che evoca tutto ciò che chiediamo alla vita. Ma illustra anche la consapevolezza del protagonista, un cronista di razza che presidia i palazzi del potere per strappare dichiarazioni ai politicanti (intelligente il casting dell’ottimo Pif, che si porta dietro l’eredità del testimone), convinto che al suo interno c’è una repubblica, con un consiglio dei ministri, un parlamento, un’opinione pubblica. A decidere ogni sua mossa è, appunto, il governo, la cui attività è piuttosto lassista e allegra soprattutto per quanto riguarda conti pubblici (multe non pagate, per esempio), sanità (visite procrastinate), cultura (libri interrotti).
Quando la fidanzata (Alessandra Mastronardi) gli chiede una pausa di riflessione, anticamera della separazione, il cronista va nel pallone e il suo governo interiore precipita nella sua più grande crisi: si va a nuove elezioni e, in mancanza di veri vincitori, il presidente (Corrado Guzzanti pirotecnico) accetta di allearsi con il Partito dei Sensi di Colpa (Carlo De Ruggieri che vuole aprire il parlamento “come una scatoletta di tonno”) e con la leader dell’opposizione (Angela Finocchiaro), il cui programma elettorale si fonda sulla ricomposizione della coppia. Nel frattempo, un giovane funzionario del Ministero dell’Amore (Federico Cesari) comincia a capire il cuore del problema, dai pensieri intrusivi ai sabotaggi esterni fino alla verità più ingombrante.


Il ministero dell'amore
(Azzurra Primavera)Il personale è politico, figuriamoci la commedia in un paese come il nostro in cui tutto è politica compresa l’antipolitica (disprezzare la politica non è già una posizione politica?). Un Paese il cui cinema è tanto appassionato al passato, ai suoi miti (Berlinguer) e ai suoi fantasmi (Mussolini), quanto disinteressato a raccontare la politica contemporanea (già Loro non avveniva in diretta ma era nero e postumo), generalmente incapace di interrogare i cambiamenti, i sommovimenti, le assurdità, i pericoli e farne materia narrativa (tantomeno nella commedia: l’ultimo a provarci è stato Election Day, in precedenza da citare casi estemporanei come Diverso da chi?, Viva l’Italia, Passione sinistra).
Con un’idea creativa benché non originale e un cast in grande forma, Il ministero dell’amore sa inquadrare l’immobilismo atavico e compiaciuto di un Paese che, come vediamo nel mondo interiore del protagonista, ama rappresentarsi come un ritaglio nostalgico (i cromatismi seppiati, il décor e gli abiti da boom economico) scontornato da un presente che intimorisce, la butta in caciara quando non si sa che strada percorrere (i ministri non sono esattamente delle cime, da Pietro Sermonti ministro dell’amore a Massimo De Lorenzo responsabile della difesa), indice votazioni pur sapendo che i cambiamenti annunciati sono solo irrealizzabili promesse elettorali (e che grigiore i governi tecnici). Un affresco caustico dell’Italia che intriga perché elude il realismo, usa un espediente “metafisico” e, quando le cose sembrano risollevarsi, ecco che interviene una manina a ristabilire il caos. Di un paese e delle nostre vite. Grand Public alla Festa del Cinema di Roma, dal 18 dicembre su Prime Video.



