Giunto alla quarta edizione e collocato all’interno dell’82° Mostra del Cinema di Venezia, il Premio Famiglia Cristiana è stato consegnato giovedì 28 agosto all’attrice Ottavia Piccolo, per celebrare l’eleganza e l’intensità con cui ha saputo attraversare cinema, teatro e televisione.

“Alla Mostra di Venezia e nel cinema, la Fondazione Ente dello Spettacolo assolve tre scopi: rappresentare la Chiesa, indagare l’arte e raccontare la ricchezza pluriforme della realtà” ha dichiarato il presidente Don Davide Milani, a cui ha fatto eco il direttore di Famiglia Cristiana, Don Stefano Stimamiglio: “La missione del nostro giornale è presentare il Bello al cui interno si muove lo Spirito. Questo riconoscimento è nato proprio per celebrarne il 90° compleanno. Siamo lieti di assegnarlo a un’interprete straordinaria che ha avuto una carriera altrettanto straordinaria.”

“Sono molto felice di ricevere il Premio Famiglia Cristiana perché questo settimanale rappresenta la storia d’Italia” ha asserito Ottavia Piccolo. “Non c’è famiglia, credente o meno, che non ne abbia avuto una copia in casa.”

Alla consegna, è seguita una conversazione fra il giornalista Eugenio Arcidiacono e l’attrice, da anni residente al Lido, che ha definito “uno di quei luoghi magici alla Shangri-La. Sembrano immobili e sospesi nel tempo, ma, una volta l’anno, vi accade di tutto.” Si è quindi passati a rievocare i primi passi artistici della piccola Ottavia, dal provino, fatto quasi per caso, per Anna dei miracoli di William Gibson (grazie a cui, appena undicenne debuttò al Teatro Comunale di Modena diretta da Luigi Squarzina), all’esordio cinematografico come figlia del Principe di Salina nel Gattopardo di Luchino Visconti (1963). “Esordio di cui furono contentissime pure le suore da cui studiavo all’epoca” ha aggiunto l’attrice, “anche se sostenevano che quel cowboy di Burt Lancaster non fosse adatto a fare Don Fabrizio. Non ero mai stata su un set e non avevo idea di come funzionasse. Fra centinaia di comparse, scenografie e macchine da presa giganti, mi sembrò un enorme circo.”

Sul Prix d’interprétation féminine, vinto a Cannes nel 1970 per Metello di Mauro Bolognini, ha espresso una teoria personale (“Volevano premiare un’italiana, ma senza far litigare due dive molto più famose, quindi scelsero me”) e, alla fatidica domanda, “Ha mai fatto brutti film?”, ha replicato con un franchissimo: “Avoja! Per fortuna si dimenticano e comunque sono tutte esperienze da cui imparare.” C’è però un no di cui si pente: quello rifilato a Billy Wilder. “Mi voleva per Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? Andare in America per tre mesi e imparare l’inglese mi andava bene, ingrassare venti chili per un ruolo proprio no.”

Dopo il ricordo della “sua” Principessa Leia di Guerre stellari (“rimpiango il doppiaggio come lo si faceva una volta: tutti insieme in cabina, per ricreare la scena a livello emotivo”) e di illustri colleghi come Alain Delon (“bellissimo e gran professionista”) e Vittorio Gassman (“un uomo mite, con cui si poteva parlare di ogni argomento”), si è passati al teatro (che Ottavia Piccolo considera “casa sua” perché “lì sei responsabile di quasi tutto. Al cinema, invece, il lavoro attoriale viene mediato da tanti altri professionisti”) e allo spettacolo Donna non Rieducabile, dedicato alla giornalista russa Anna Politkovskaj: “Ne ho fatto quasi 200 repliche e continuerò a recitarlo, in nome della verità e della libertà di stampa. Pensate a cosa sta succedendo in questi mesi a Gaza e non solo.”

Sulla questione se gli artisti debbano esporsi o meno, ha risposto: “Passione, testa e cuore sono le basi del nostro lavoro. Se le hai, non puoi voltarti dall’altra parte. Con Articolo 21, sostengo l’appello per la scarcerazione di Alberto Trentini (detenuto a Caracas da oltre 300 giorni), ho partecipato con orgoglio al docu-film Le farfalle della Giudecca (nato dalla storica visita di Papa Francesco al carcere femminile veneziano) e sabato sarò al corteo pro-Gaza. Credo nel dialogo e sono contraria alle richieste di boicottaggio verso chi la pensa diversamente.”

Un sogno per il futuro? “Continuare a fare le cose che mi piacciono finché fisico e memoria reggeranno. Avendo iniziato da piccola, più che di vocazione, parlerei di necessità di crescere ed esprimermi. Sul palco sono emotivamente nuda, ma perfettamente cosciente di portare domande. Per me, l’arte è l’esigenza di capire.”