Più o meno due settimane fa, il New York Times ha intervistato Dan Lin, il presidente della divisione film di Netflix, in occasione dell’uscita in piattaforma di Apex, il film con Charlize Theron e Taron Egerton diretto da Baltasar Kormákur. Stando a quanto scritto da Nicole Sperling, è stato lo stesso Lin a offrirsi per questo articolo. Ed è interessante. Per due ragioni, sostanzialmente. La prima: che un dirigente di una multinazionale come Netflix si faccia avanti per un'intervista è un evento più unico che raro; di solito, bisogna passare da una serie pressoché infinita di telefonate, e-mail e rassicurazioni, da una parte e dall’altra. La seconda: Lin non si è nascosto.

Per tutto il tempo, ha detto esattamente quello che voleva dire. Alla fine, ne è venuto fuori un ritratto essenziale, piuttosto efficace, in cui è stata ribadita per l'ennesima volta la reale intenzione di Netflix: i film sono per lo streaming, non per la sala; Narnia di Greta Gerwig è un’eccezione , non la regola. Ed è un’eccezione anche il film di David Fincher, il cosiddetto sequel di C’era una volta a... Hollywood di Quentin Tarantino, che ha finito per riempire il primissimo slot lasciato vuoto da Narnia (il 25 novembre sarà distribuito esclusivamente in IMAX; successivamente, il 23 dicembre, arriverà su Netflix).

Chi è Dan Lin, il responsabile dei film di Netflix

Lin è stato assunto dopo Scott Stuber, che per diverso tempo ha gestito la divisione film di Netflix e si è interfacciato direttamente con Ted Sarandos, il co-CEO della società. Stuber veniva dalla Universal, e il suo compito è stato quello di cambiare la percezione del servizio streaming all’esterno: basta tecnologia, basta DVD a noleggio; Netflix era nata per competere, per vincere la guerra dello streaming e per promettere ad artisti e creativi uno spazio in cui sentirsi liberi. Nel giro di pochi anni, Stuber ha coinvolto cineasti come Martin Scorsese e Guillermo del Toro, e ha portato Netflix a un altro livello: quello di studio affermato e, cosa ancora più importante, di studio rispettato. La guerra era stata vinta, finalmente poteva cominciare l’era della pace.

Con Lin le cose sono cambiate: Netflix, ora, vuole essere Netflix. Non vuole più convincere gli altri delle sue buone intenzioni; vuole sviluppare film che siano interessanti, capaci di coinvolgere il pubblico, e vuole farlo per lo streaming. Non per la sala. Nella sua intervista con il New York Times, Lin è stato particolarmente chiaro sotto questo punto di vista: ci siamo abituati all’idea di non poter lavorare con quei registi che vogliono una distribuzione cinematografica. Non ci sono vie di mezzo, non c’è la possibilità di discuterne; è così e basta. Negli scorsi mesi, si era diffusa un’idea completamente diversa: vuoi per l’intenzione di Netflix di acquisire Warner Bros., vuoi pure per le parole di Ted Sarandos, che ha più volte promesso finestre distributive più ampie. La vera domanda, ora, diventa un’altra. E cioè: come si riflette questa impostazione nel mercato italiano?

Gli effetti di Netflix sull’Italia

È evidente che Netflix abbia ridotto il numero di titoli originali: sia serie tv che film. Si muove per generi, ed è una cosa che, ai massimi livelli, fa anche Lin. Si producono spin-off, prequel e sequel di brand più o meno affermati, come Suburra. Ma poco altro. Zerocalcare e le sue serie animate sono l’ennesima eccezione. Per quanto riguarda i film, invece, diventa fondamentale l’accordo che Netflix ha stretto, e recentemente rinnovato, con PiperFilm: un accordo che le assicura l’esclusiva della prima distribuzione in streaming, subito dopo l’uscita in sala. È successo con Paolo Sorrentino, succederà anche con i prossimi titoli.

Le dichiarazioni di Lin non dicono nulla di nuovo, se vogliamo essere sinceri. Anzi. Sicuramente ora è diventato più difficile ragionare con i “se” e i “ma”. Il re è nudo, e a dirlo non è stato un passante: è stato lo stesso re, puntandosi un dito contro il petto e sfoderando il suo miglior sorriso. In Italia in tanti, tra governo e associazioni di categoria, hanno provato a raggiungere un accordo con Netflix. A volte ci sono riusciti, altre volte no. Il punto, però, è che sapere che il servizio streaming non lavorerà con quei registi intenzionati a uscire prima in sala ci dice che la dimensione cinematografica della distribuzione non sarà più una risorsa. Né per Netflix, e non lo è mai stato, non davvero, basti pensare al modo in cui è stata gestita l’uscita di È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino o, ancora prima, di Sulla mia pelle di Alessio Cremonini; né tantomeno per chi lavora nel cinema, il pubblico e la filiera distributiva, a cominciare dagli esercenti. Se i film di Netflix arriveranno in sala, saranno degli eventi temporanei, in una manciata di copie (Frankenstein di Guillermo Del Toro? The Irishman di Martin Scorsese?). O, al contrario, si tratterà di eccezioni, come il già citato Narnia di Greta Gerwig.

Quel che resta delle promesse di Netflix e la responsabilità dei registi

La paura di una buona parte dell’industria, prima dell’ennesimo rilancio di Paramount Skydance per l’acquisizione di Warner Bros. Discovery, era una paura ragionevole, non dettata dal singolo momento, ma da un’interpretazione corretta delle intenzioni, sul lungo periodo, di Netflix. Se fosse stata Netflix ad acquisire Warner Bros. Discovery, oggi dovremmo fare i conti con una situazione e – per certi versi – un mondo completamente differenti. Perché è chiaro che questa idea, quella di puntare soprattutto sullo streaming, sarebbe rimasta fondamentale. È probabile, però, anche un’altra cosa: Netflix sarebbe stata costretta, quantomeno per i film più grossi e attesi, a fare delle concessioni. Anche in quel caso ci saremmo mossi nel campo delle eccezioni e non delle regole. Forse Netflix vuole avere un controllo più libero dei suoi film.

La posizione in cui si trova oggi è stata determinata anche dalle collaborazioni passate: quelle collaborazioni che hanno permesso al servizio streaming di ottenere una riconoscibilità e una rispettabilità a Hollywood. Volente o nolente, Martin Scorsese ha contribuito all’affermazione di Netflix con The Irishman. E non è così strana, a posteriori, la sua decisione di passare ad Apple tv, che al contrario permette – e cerca, e vuole – una distribuzione cinematografica dei suoi film. La cosa ancora più interessante, a parte il senso di responsabilità dei registi che hanno lavorato in passato con Netflix, è il modo in cui determinati film sono stati promossi e presentati alla stampa. È successo anche qui in Italia: ci sono stati dei registi che si sono opposti all’assegnazione degli screener perché “i film vanno visti in sala, sul grande schermo”. Ed è paradossale. Sia perché ci ricorda un certo rifiuto della realtà dei fatti sia perché ribadisce l’ingenuità sincera di chi i film, alla fine, li fa.

Dura lex, sed lex

L’intervista di Lin, come dicevamo all’inizio, è uscita più di due settimane fa. Solamente adesso, però, questo suo virgolettato ha cominciato a girare – ripreso dalle testate di settore, in Italia e negli Stati Uniti. Al di là di quelli che sono i tempi effettivi dell’informazione, sembra quasi che ci sia stata l’intenzione di ribadire un elemento da parte della stessa Netflix. Lin, dice il profilo del New York Times, è un tipo onesto, forse anche troppo onesto. E questa sua onestà, a volte, è un problema. È il suo vice, Doug Belgrad, ex-Sony, a mantenere i contatti più stretti con i talent. Proprio perché Lin non usa mezzi termini e non dice all’altro quello che l’altro vuole sentirsi dire: una rassicurazione, una pacca sulla spalla; questa volta è andata così, la prossima andrà meglio.

Lin ha riorganizzato la divisione film un po’ come se fosse la divisione serie tv: i vari responsabili si occupano di generi, non di budget. E se ha preso questa decisione, è stato per un motivo abbastanza semplice: per andare incontro allo spettatore di Netflix, che apre l’app e non cerca film con grandi o piccoli budget; cerca storie, e le storie, nell’era Netflix, seguono la nomenclatura della piattaforma: azione, drama, commedia, e così via. Lin dovrà produrre meno film, ma dovrà produrre film di qualità. E più che di qualità artistica, parliamo di capacità attrattiva. Nella visione di Lin, contano i film tratti da libri, le commedie romantiche e, più in generale, le commedie. Dopo aver vinto la guerra dello streaming, Netflix non si sta limitando a difendere i confini del suo impero: continua ad allargarli. Non promettendo uscite in sala, ma ribadendo sempre la stessa cosa: un’audience praticamente globale (“centonovanta paesi”, per citare Il Sol dell’Avvenire di Nanni Moretti).