“Il ritorno di Netflix a Cannes sarebbe un grande evento”. Thierry Frémaux apre al gigante dello streaming un’intervista concessa a Variety dopo la conclusione della 79ª edizione del Festival. Una dichiarazione significativa dopo anni di tensioni legate alla distribuzione in sala, alle finestre francesi e alla possibilità per i film Netflix di accedere al concorso.

“Cannes apre le proprie porte a tutti coloro che fanno del cinema una forma d’arte centrale della nostra epoca, e Netflix contribuisce a questo in modo importante”, ha affermato Frémaux, aggiungendo che “Ted Sarandos sa di essere il benvenuto”.

Il segnale arriva mentre Netflix sembra aprire, almeno per alcuni dei suoi titoli più ambiziosi, a una distribuzione cinematografica più ampia e riconoscibile prima dello streaming. Frémaux cita il prossimo film di Greta Gerwig, Narnia: Il nipote del mago, destinato a un’uscita internazionale in IMAX: “Sarà affascinante vedere come si svilupperà”, osserva.

L’apertura, però, non significa fare marcia indietro sulla centralità della sala (“Resta un motore popolare, mediatico e finanziario fondamentale”, dice Frémaux); il punto, semmai, è superare una contrapposizione che negli ultimi anni è sembrata quasi ideologica: “Dobbiamo tutti lavorare per avvicinare finalmente il mondo dello streaming e quello delle sale”.

Dov’è finita Hollywood

Nell’intervista il delegato generale si è soffermato anche su uno dei punti più dibattuta dell’ultima edizione, la presunta perdita di attrattiva di Cannes nei confronti di Hollywood. Frémaux respinge l’idea che la Croisette sia diventata meno centrale per il cinema americano, ricordando che gli Stati Uniti restano il secondo Paese più rappresentato al Festival. “Non dovremmo mettere tutto il cinema americano sotto l’etichetta Hollywood”, precisa. “Hollywood significa gli studios, e quando hanno blockbuster come Top Gun: Maverick o Mission: Impossible, vengono”.

Thierry Fremaux, Jennifer Lawrence, Iris Knobloch (foto di Karen Di Paola)
Thierry Fremaux, Jennifer Lawrence, Iris Knobloch (foto di Karen Di Paola)
Cannes 78, il red carpet di Die, My Love

Fremaux cita anche le star presenti quest’anno, da Adam Driver a Kristen Stewart, da Michael Fassbender a Rami Malek, da Cate Blanchett a Julianne Moore, fino a Javier Bardem, Penélope Cruz, John Travolta e Vin Diesel. Ma il vero nodo, secondo Frémaux, non è Cannes: “L’industria cinematografica americana sta attraversando una profonda ristrutturazione. È questo che deve essere studiato e documentato”.

La minore presenza di grandi titoli statunitensi, dunque, non sarebbe il segno di una crisi del Festival, ma il riflesso di una trasformazione più ampia del sistema produttivo americano. Frémaux ricorda inoltre che il cinema internazionale sta sfidando con sempre maggiore forza quello statunitense, come dimostrano anche i recenti Oscar e il percorso di film passati dalla Croisette, da Anora ad Anatomia di una caduta, da La zona d’interesse a The Substance.

Bolloré, Canal+ e il nodo politico

Più delicato il passaggio dedicato alla controversia che ha coinvolto Canal+ e Vincent Bolloré. Durante il Festival, una petizione contro la crescente influenza del gruppo aveva acceso il dibattito, mentre il logo di Canal+ era stato accolto da fischi durante alcune proiezioni di gala.

Frémaux prende le distanze dai toni più radicali della protesta. “Parlare di una ‘visione fascista’ mi sembra piuttosto sproporzionato”, afferma. “Il vocabolario violento, qualunque sia la sua giustificazione, non fa che aggiungere violenza. Dovrebbe essere possibile dialogare in un altro modo”.

Ma il delegato generale non nega la natura politica della questione. Anzi, la definisce con parole molto nette: “Vincent Bolloré non nasconde di perseguire un progetto ideologico in vista delle prossime elezioni presidenziali francesi. E utilizza i suoi giornali e i suoi canali televisivi al servizio di questa ambizione”.

Thierry Frémaux e Andy Garcia (foto di Karen Di Paola)
Thierry Frémaux e Andy Garcia (foto di Karen Di Paola)
Cannes 79, il photocall di Diamond (Fuori Concorso)

Frémaux riconosce a Bolloré il diritto di farlo, ma aggiunge che “questo solleva interrogativi per molte persone, perché non si tratta più soltanto di affari, bensì di impegno politico”. E, conclude, “anche chi vi si oppone ha il diritto di farlo”.

Sul ruolo di Canal+ nel finanziamento del cinema francese, la posizione resta invece rassicurante. “Canal+ ha sempre rispettato i propri obblighi. Non c’è quindi motivo di preoccuparsi”, afferma Frémaux, difendendo anche il lavoro delle squadre della società e di StudioCanal, definite “aziende esemplari e brillanti, con squadre ammirevoli”.

Verso l’80°

Frémaux respinge dunque anche l’idea che Cannes sia diventato più docile o che i film abbiano perso la capacità di dividere. Secondo lui, è cambiato il modo in cui il dissenso viene espresso.

“In passato la tendenza era sbattere i sedili o gridare il proprio dissenso; oggi accade sugli smartphone, attraverso la capillarità e l’estroversione delle opinioni digitali”.

Anche il successo di titoli di Un Certain Regard come Club Kid, Congo Boy e Teenage Sex or Death at Camp Miasma viene letto da Frémaux come un segnale positivo, non come una debolezza del concorso. “Dobbiamo pensare al futuro: il Festival deve far emergere le generazioni più giovani, e sta funzionando”.

Thierry Fremaux (foto di Karen Di Paola)
Thierry Fremaux (foto di Karen Di Paola)
Cannes 78, il red carpet di Eddington

Quanto a Club Kid, uno dei titoli più discussi dell’edizione, Frémaux difende la scelta di non inserirlo in concorso: “È stato acclamato e ha raggiunto prezzi di vendita elevati, diventando una delle principali attrazioni del Festival. Avrebbe ottenuto lo stesso successo in concorso?”.

L’80ª edizione del Festival si svolgerà dall’11 al 22 maggio 2027. Frémaux e la presidente Iris Knobloch stanno già lavorando a un appuntamento simbolico, con l’intenzione di invitare coloro che hanno contribuito a costruire la storia della manifestazione. Ma, precisa il delegato, “a Cannes, se non si parla di film, non si parla di nulla”.