Nelle ultime edizioni, la Festa del Cinema di Roma ha istituito un riconoscimento che, apparentemente, può sembrare un controsenso. Si chiama Premio Progressive alla Carriera e prende il nome dalla sezione competitiva della kermesse, che accoglie opere “la cui forza narrativa illumina il presente e la cui prospettiva incoraggia e solletica la curiosità del pubblico mettendo a fuoco tendenze in evoluzione”. Nel 2022 è stata celebrata l’attrice Noomi Rapace, nel 2023 le colleghe Haley Bennett e Camila Morrone. Quest’anno, per la prima volta, la direttrice artistica Paola Malanga ha puntato su una regista: Nia DaCosta, trentaseienne newyorkese che proprio a Roma ha presentato il suo ultimo film, Hedda, ora disponibile su Prime Video.

Attiva dall’età di vent’anni, DaCosta ha vinto il Nora Ephron Prize al Tribeca Film Festival con il crime Little Woods (2018), è diventata la prima regista afroamericana a debuttare al primo posto al botteghino statunitense grazie all’horror Candyman (2021) e a dirigere un titolo della Marvel (The Marvels, nel 2023), un flop commerciale ma anche il maggior incasso diretto da una donna nera. E arriva nelle sale di tutto il mondo con 28 anni dopo – Il tempio delle ossa, nuovo capitolo della saga.

Tessa Thompson stars as \\\"Hedda Gabler\\\" in HEDDA.
Tessa Thompson stars as \\\"Hedda Gabler\\\" in HEDDA.
Tessa Thompson stars as "Hedda Gabler" in HEDDA. (Matt Towers/Prime)

Nata a Brooklyn e cresciuta ad Harlem, l’adolescente DaCosta non mette il cinema nella lista dei desideri: preferisce la musica, militando tra le Worl-A-Girl, una band hip hop e R&B-con influenze reggae, e sogna di diventare una poetessa. Poi, a sedici anni, la folgorazione: legge Cuore di tenebra di Joseph Conrad, vede Apocalypse Now e scopre l’ossessione per il cinema, si appassiona alla New Hollywood e studia le opere di Martin Scorsese, Sidney Lumet e Steven Spielberg. Si laurea prima alla Tisch School of the Arts della New York University e poi alla Royal Central School of Speech and Drama di Londra, e comincia a lavorare come assistente di produzione televisiva affiancando l’idolo Scorsese, Steve McQueen e Steven Soderbergh.

Nel frattempo, fa esperienza nel mondo dei corti, sia dirigendo The Black Girl Dies Last (2009) e Night and Day (2013) sia come sceneggiatrice Livelihood (2014) e Celeste (2014). Ma l’obiettivo è il lungometraggio: nel 2015, scrive Little Woods, il cui script viene selezionato tra i dodici progetti dei Sundance Screenwriters e Directors Labs, e conosce Tessa Thompson, che proprio in quell’anno si fa notare come coprotagonista di Creed di Ryan Coogler. Per cercare finanziatori, DaCosta paga di tasca propria una versione condensata di quella che sarebbe poi diventata la sua opera prima.

28 anni dopo: Il tempio delle ossa © 2025 CTMG, Inc. All Rights Reserved.
28 anni dopo: Il tempio delle ossa © 2025 CTMG, Inc. All Rights Reserved.

28 anni dopo: Il tempio delle ossa © 2025 CTMG, Inc. All Rights Reserved.

Presentato a Tribeca nel 2018 e distribuito un anno dopo da Neon, Little Woods nasce da uno shock emotivo, culturale, politico: una breve permanenza a Williston, una città petrolifera del Dakota del Nord, le permette di capire quanto sia determinante la questione delle mancate coperture per l’assistenza sanitaria femminile nelle zone rurali americane. “Benché la mia famiglia non fosse particolarmente benestante – ha dichiarato in un’intervista a Indiewire – mi resi conto, vivendo in un posto con buone infrastrutture, raggiungibili a piedi o con i mezzi, di essere una privilegiata”.

Sorta di western contemporaneo, Little Woods racconta la storia di due sorelle (una è interpreta da Thompson) che tentano di sbarcare il lunario muovendosi al di fuori della legge per fornire farmaci canadesi ai cittadini più bisognosi. È un debutto di carattere, che si impone nell’America della prima presidenza Trump dando voce ai problemi e alle contraddizioni del paese più profondo.

Little Woods
Little Woods
Little Woods

E se ne accorge Jordan Peele, fresco vincitore dell’Oscar per Get Out: è lui, come produttore e co-sceneggiatore, ad affidarle la regia per la nuova versione del classico horror Candyman, un progetto che DaCosta raccoglie dopo un lungo “development hell” (quei prodotti rimasti per lungo tempo in fase di sviluppo, realizzati dopo anni se non proprio cancellati). Non che manchino i tormenti: l’uscita in sala inciampa nel Covid e viene posticipata da giugno 2020 ad agosto 2021, ma critica e pubblico sono d’accordo nell’elogiare questa seconda sortita della regista.

Spiritual sequel del film del 1992, Candyman torna a Chicago dove un artista si lascia affascinare da una leggenda oscura finendo in una spirale incontrollabile. Nella raffinata costruzione visiva della regista, c’è una propensione all’umorismo nero, al depistaggio, alle prospettive oblique che confermano le qualità di DaCosta, che in un periodo molto complicato come quello pandemico riesce a incassare quasi 80 milioni di dollari. “È molto difficile per una donna apparire nel sistema degli studios – ha detto al Los Angeles Times – ma penso che le donne abbiano gli stessi problemi nel cinema indipendente: ci sono più donne che lavorano, ma riceviamo sicuramente meno soldi degli uomini”.

Iman Vellani, Brie Larson e Teyonah Parris in The Marvels. Photo by Laura Radford. © 2023 MARVEL
Iman Vellani, Brie Larson e Teyonah Parris in The Marvels. Photo by Laura Radford. © 2023 MARVEL

Iman Vellani, Brie Larson e Teyonah Parris in The Marvels. Photo by Laura Radford. © 2023 MARVEL

La performance convince la Marvel, che la chiama per il trentatreesimo titolo del suo universo, The Marvels, forse il più “femminista” e sicuramente allineato alla visione di un’autrice che vuole “esplorare storie di donne attive”. È la quarta donna a dirigere un film della serie, la più giovane e la prima afroamericana, ma il capitolo è tra i più confusi del ciclo e soprattutto è un fiasco al botteghino: il budget è di 374 milioni, l’incasso si ferma a 206. Il fatto che sia il minor incasso del franchise e il maggior incasso di una regista nera la dice lunga sull’industria audiovisiva.

Nel 2025, torna a qualcosa di meno rutilante e più audace: l’adattamento di Hedda Gabler di Henrik Ibsen. Tradurre è sempre tradire, la persistenza di un classico trascende il tempo e lo spazio e sta nel suo interrogare costantemente la società che cambia: con Hedda, DaCosta non può che rileggere, rivisitare e ripensare il capolavoro mettendo al centro la questione dell’identità di una donna schiacciata dall’eredità paterna e dalle esigenze del mediocre marito.

Dalla Oslo di fine Ottocento si passa all’Inghilterra degli anni Cinquanta, il vecchio amante della protagonista nonché rivale di suo marito diventa una donna, i personaggi afrodiscendenti non indicano il razzismo ma riflettono sul privilegio bianco. Thompson, complice della regista, è una vera brat girl in una versione inevitabilmente queer che trova la scintilla della morbosità, del gioco di società, della dissoluzione di un’élite, del mélo camp. Una ulteriore prova per un’autrice che sa districarsi tra indie e mainstream con grande intelligenza.