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Sentimental Value Photo Kasper Tuxen Andersen
Sentimental Value è un grande film, anche perché mostra la possibilità di pensare altrimenti che cosa sia una famiglia, una relazione dove la consanguineità (genitori, figli, fratelli) e il vincolo formale (matrimonio) riducono di fatto la libertà della relazione, compensandola con altro. Qual è il senso di questa riduzione e il senso di tale compenso?
Per gli Antichi, la libertà accompagna lo spazio dell’agire pubblico (la politica, direbbe Hannah Arendt), e la famiglia definisce il perimetro privato e necessario delle relazioni, a cui bisogna corrispondere per garantirsi la “sopravvivenza”. Edipo re manifesta l’intreccio “miasmatico” dei due piani: Edipo, che è re, uccide il padre e giace con la madre. Questo è troppo. Non gli resta che l’erranza e la deriva, prima dell’acquisizione in vecchiaia, sull’orlo della morte, di pace e riconciliazione (Edipo a Colono).
Antigone manifesta il cuore di questo conflitto tra l’intimità dei legami di sangue e lo Stato. Antigone vuole dar sepoltura al fratello Polinice, il re Creonte vi si oppone: la fine non può essere che particolarmente tragica. Anche il tragico moderno non fa eccezione.


Renate Reinsve e Anders Danielsen Lie in Sentimental Value
(Kasper Tuxen Andersen)In Amleto, il padre viene ucciso dal fratello Claudio, la madre, Gertrude, sposa il cognato dopo la morte del marito. Tutto diventa troppo: il legame di sangue invade lo spazio del potere, può nascerne solo una tragedia. In Re Lear è in gioco il potere diviso tra un padre e le figlie, soprattutto l’unica che lo ama, Cordelia. Qui la fine è follia e morte, nessuna riconciliazione possibile. Quando il tragico diventa basso mimetico entriamo nel melodrammatico. Qui si ribalta lo schema tragico, non è il privato ad invadere il pubblico e il potere, ma, viceversa, è il potere che invade il privato. Il capo famiglia diventa re (marito e padre), con tutte le conseguenze che ne possono derivare, come l’esercizio della violenza nel caso tale potere si senta minacciato (melodrammi di Matarazzo), con delle varianti importanti, in cui è la donna a diventare sovrana dell’ambiente domestico marginalizzando l’uomo (drammaturgia di Eduardo).
Se la famiglia è stata soprattutto raccontata in questo modo, come ambito in cui sentimenti e potere si mischiano in forma dolorosa, e spesso violenta, la famiglia non è solo questo. E non è neanche l’ambito ideale del mulino-bianco che la pubblicità continua a fornirci, anche se in forma aggiornata. Diviso tra racconti polarizzati e contrapposti che plasmano la realtà stessa, il legame affettivo e familiare approda ad un racconto in forme marcatamente conflittuali (presenti anche in molta commedia), che precipitano spesso nella radicale insularizzazione sociale, per cui l’individuo resta solo, o al massimo recupera il suo rapporto con l’altro attraverso il sentimento di amicizia.


Inga Ibsdotter Lilleaas e Elle Fanning in Sentimental Value
(Kasper Tuxen Andersen)Sentimental Value ci dice qualcosa che mette in questione tutto questo, in maniera oggi tanto sorprendente quanto vera. Piace perché porta ad espressione ciò che ognuno sente, ma che non vede raccontato, non riuscendo dunque a percepire né a dare consistenza a tale verità. La famiglia è infatti innanzitutto l’ambito in cui nasce, si sviluppa e matura il sentimento di un soggetto di essere al mondo, attraverso il legame con i più prossimi. Questa prossimità corre il rischio della simbiosi, alla quale si può reagire con lo strappo.
Il ritmo di avvicinamento e allontanamento è il ritmo di una vita familiare inevitabilmente segnata da colpe e perdoni: quelle del padre Gustav, regista, che continua mancare gli appuntamenti con le prime teatrali della figlia Nora, attrice, che ostinatamente resiste ad ogni avvicinamento, rifiutandosi di partecipare al film che il padre ha in preparazione. Ma soprattutto la prossimità familiare attraversa il tempo. Riguarda, cioè, le diverse fasi della vita di un uomo e i sentimenti che le connotano. Attraversando il tempo, tali sentimenti si modificano, se non nell’intensità, di certo nella forma. La famiglia diventa allora l’ambito in cui un soggetto, trascorrendo il tempo con i suoi prossimi, modula i suoi sentimenti, li plasma, da loro espressione.
Questo trascorrere il tempo con chi ci è vicino significa in definitiva costruire un mondo, esperienza ben rappresentata dalla grande casa di Sentimental Value, vero e proprio personaggio del film. La casa testimonia che il prossimo che ci accompagna per più tempo, che fa mondo, e che ci sopravvive, non necessariamente è un essere umano: può essere un luogo, una casa, l’infinità del mondo culturale (letteratura, cinema, teatro). Può essere tutto ciò che per un soggetto fa mondo e che lo accompagna per tutta la vita, ciò che definiamo il familiare. Ed è questo che il film di Trier ci dice con grande originalità: è attraverso il cinema, e la sua mediazione, che padre e figlia si ritroveranno (un sorriso accompagnerà questa nuova intesa).


È attraverso la recitazione che Nora ritroverà il padre e la sua possibile pacificazione. Padre e figlia saranno in grado di perdonarsi e di rincontrarsi, dopo la distanza, il dolore, l’orgoglio che separa. Quel mondo comune non l’hanno perso, quella casa è là, i sentimenti possono pacificarsi in qualsiasi momento, convertendo il risentimento in perdono. Per questo serve la mediazione, l’intervallo, uno spazio-tra, anche quello pieno d’amore della sorella Agnes, sempre vicina a Nora. In questo, non molto ci viene detto sulle cause reali di allontanamenti, fughe, distanze, dolori.
La famiglia riguarda in primo luogo i sentimenti (così è stato, per lo meno a partire dal Romanticismo), e i sentimenti in fondo non hanno bisogno di troppe spiegazioni, che sono sempre insufficienti e inadeguate. Questo ci dice Sentimental Value, che è un potente antidoto al racconto ideologico del “sentimento familiare” operato oggi dai media.
