Il 1952 è un anno chiave per la nostra commedia, è l’anno di Due soldi di speranza di Renato Castellani. Commedia matrimoniale, dove i giovani vogliono sposarsi, ostacolati dai vecchi. Alla fine, ce la faranno, contrapponendosi al senex iratus (il padre della ragazza), e avendo il consenso della società allargata, attraverso la prima circolazione delle cambiali, che permette di svincolarsi da una “società di granito”.

Negli anni in cui il nostro cinema portava sullo schermo l’ascensionalità della commedia, che passava per la festa “primaverile” e matrimoniale, Eduardo De Filippo, il più grande uomo di spettacolo – insieme a Federico Fellini – del nostro Novecento, realizzava, sempre nel 1952, Ragazze da marito e Marito e moglie, che ribaltavano in maniera anche acre il mito del matrimonio (non diversamente da quello che nello stesso anno faceva Fellini con Lo sceicco bianco).

Nel primo dei due episodi che compongono Marito e moglie, il ribaltamento avviene addirittura in forma di grottesco assurdo, dove il marito, immobile nel letto per una malattia, viene obbligato dalla moglie a covare le uova. In Ragazze da marito, il matrimonio non è visto in un’ottica “primaverile”, come approdo del desiderio dei giovani di diventare grandi, ma attraverso la prospettiva degli adulti (in primis la madre delle tre ragazze, Titina De Filippo), che manipolano i giovani per il loro interesse. La madre vuole che le tre figlie facciano un “buon matrimonio”, quindi deve condurle in estate a frequentare le spiagge dei ricchi. Servono soldi per questo, e il marito (Eduardo De Filippo), impiegato pubblico, è costretto alla fine a cedere alla corruzione per trovare il denaro necessario. Le conseguenze di tutto questo non potranno essere che catastrofiche, e nessuna delle tre ragazze convolerà alle nozze auspicate. Ma se questo è accaduto, se la donna, come le dice il marito, ha forzato così la situazione, è perché attraverso le figlie voleva riscattare la delusione del proprio matrimonio. Come sempre, la manipolazione dell’altro è l’effetto di un mancata fiducia in sé stessi e nel mondo.

Delia Scala in Ragazze da marito
Delia Scala in Ragazze da marito

Delia Scala in Ragazze da marito

Una delle grandi commedie matrimoniali eduardiane è Sabato, domenica e lunedì (scritta nel 1959). Vista di recente al Teatro Argentina di Roma, nella messa in scena di Luca De Fusco, in cui spicca la recitazione di attori molto bravi (a partire da Teresa Saponangelo e Claudio di Palma), la commedia mostra come lo scetticismo di De Filippo può giungere a cambiare da dentro il sentimento profondo dell’arte della commedia, mantenendone il cuore matrimoniale e familiare. In Sabato, domenica e lunedì, il valore del matrimonio non viene ribaltato, non viene mostrato (come in altri testi drammaturgici, o nei film su citati) come istituzione orientata ad esercitare, legittimandoli, meccanismi di potere nella coppia o tra genitori e figli. Nella commedia eduardiana il matrimonio diventa la scena, allo stesso tempo intima ed esposta, in cui il soggetto è preso in un’altalena patetica, talvolta comica, spesso feroce, tra diffidenza e fiducia, sospetto e presunzione. Un soggetto interamente segnato dall’orgoglio, che resta un fragile scudo davanti ad un sentimento di sé incerto e debole.

Ho avuto occasione di definire “scettica” tale commedia, dove la rappresentazione del quotidiano e il ciclo del movimento commedico, che non può che passare per una crisi, approdano raramente ad un happy end, cioè ad un momento di riconoscimento felice, che permetta di aprire il futuro. Tant’è che se anche il testo di Sabato, domenica e lunedì si chiude con Rosa Priore (la moglie) che, dopo la fine della crisi, risponde alla vicina, che le dice “Meno male, è finito tutto”, “No, signo’ io credo che è cominciato adesso”, tale finale eduardiano, che lo spettacolo di De Fusco riprende, è stato eluso invece dalla messa in scena di Toni Servillo del 2002 (video documentata da Paolo Sorrentino), che fa finire lo spettacolo con Rosa che si dimentica di salutare il marito dal balcone, come ad attestare il carattere provvisorio e parziale della riconciliazione, che non può veramente incidere sull’isolamento risentitamente orgoglioso della coppia.

Teresa Saponangelo e Claudio di Palma in Sabato, domenica e lunedì nella messa in scena di Luca De Fusco
Teresa Saponangelo e Claudio di Palma in Sabato, domenica e lunedì nella messa in scena di Luca De Fusco

Teresa Saponangelo e Claudio di Palma in Sabato, domenica e lunedì nella messa in scena di Luca De Fusco

La scelta di un finale che esclude la ripresa e il nuovo inizio non è altro che la proiezione su Sabato, domenica e lunedì di un sentimento scettico che attraversa tutto il mondo eduardiano. Tale mondo trova nella famiglia un tessuto stretto di relazioni, che quando non precipitano nell’uso esplicito del potere, navigano nell’elusione costante di sentimenti e desideri, chiudendo i soggetti in autoreferenzialità afasica (il farfugliamento e la perdita della parola giungono fino all’ultima commedia di Eduardo, Gli esami non finiscono mai).

Mentre il racconto dominante dell’Italia novecentesca ha attraversato il pathos melodrammatico, la catarsi tragica, la rinascita commedica, la maschera grottesca, l’arte di Eduardo ha sempre toccato con grande originalità, nel suo lavoro drammaturgico ma anche nelle sue regie cinematografiche, uno scetticismo commedico, che ha riconsegnato un soggetto incapace di rinascere, ma anche di morire, destinato ad una sopravvivenza segnata da ossessioni e manie (come il presepe di Natale in Casa Cupiello). Un esempio notevole in questo senso è anche Napoli milionaria del 1945 (portato sullo schermo nel 1950), dove la guerra e la liberazione sono raccontate dall’interno della famiglia Jovine, tutta segnata da sentimenti di rivalità, avidità, invidia, scorrettezza (borsa nera), prima che i coniugi si ritrovino aspettando che passi “’a nuttata”.